sabato 6 aprile 2013

Lacertiliani.

Dialoghi a metà
ricordi solo quello che
dimenticheresti sorridendo
mentre dici
molto volentieri!

-come in risposta al miglior invito di sempre-

E' la storia della dannata coda
della dannata lucertola
che il tuo gatto ha strappato
con la presunzione di onnipotenza
tipica
del più piccolo tra i felini.

Intanto quel pezzo inutile
continua ad agitarsi
da un lato all'altro
della tua insofferenza

(e la lucertola è già bell'e fuggita)

Daresti un braccio, o anche due
per avere una scopa

che a quel punto non ti servirebbe
per spazzare via il moncherino.

La cosa migliore da fare
è allontanare lo sguardo
prima che sia tardi;

l'immobilità lo colpirà

-come alla fine di tutto-

tu sarai in salvo
la testa sulla linea di fuga dello stesso geco

che lascia indietro un pezzo di sé

ogni volta che serve.

mercoledì 13 marzo 2013

Quelli che.

Le migliori epifanie mi capitano in libreria. Versi, copertine, l'odore di una pagina mi rispediscono dritta dentro momenti vecchi di epoche. A volte sono rivelazioni estremamente piacevoli, condite da quella punta di struggimento che fa quadrare il cerchio; altre volte succede che i pensieri si mettono in coda e quelli che strombazzano più forte col clacson dei ricordi non appartengono al mondo docile e zuccheroso dell'infanzia, quanto piuttosto a un universo fatto di cose che hai imparato col tempo della crescita, di una maturità più aspra, certamente meno gentile.
Stamattina ho rivisto dopo secoli un libriccino per bambini che avevo anch'io una volta. E' uno di quei libri-gioco per stimolare la fantasia, e ogni pagina è divisa in tre parti; nella parte più alta c'è la testa di un animale, mettiamo una zebra o un leone, nella parte in mezzo il busto e nell'ultima in basso le zampe e la coda. Che so, quindici pagine, quindici bestie diverse e divise in tre parti, così che il bambino possa scombinare tutto con l'abile mossa della sua manina fiduciosa e ottenere un animale con testa di coniglio busto di pecora e zampe di gallina, oppure un tacchino che di tacchinoso abbia solo un terzo del suo corpo. Il numero delle combinazioni è limitato per ovvie ragioni di spazio e di economia nel senso più generico del termine, ma quello che colpisce al di là di tutto è la possibilità di modificare a proprio piacimento qualcosa che nella realtà non si può cambiare. O quantomeno ci auguriamo che a nessuno salti in mente di farlo per davvero, non si sa mai. Eh bé, che c'è di strano, è il principio base e il più grande potere dell'immaginazione, no? Creare cose che non esistono.
La differenza rilevante, però, è tra creare cose che non esistono e immaginare cose che NON POSSONO esistere. La prima, nel mondo degli adulti, si chiama CREATIVITA', la seconda si chiama ILLUSIONE.
Ecco, adesso io lo so che chi mi legge penserà "ma questa quant'è fuori a spararsi certe seghe mentali davanti a un libro per bambini?". Cazzo, take it easy! Eh no, non si può. La spensieratezza è un ideale utopistico al quale non riesco (quasi) mai ad avvicinarmi, e questo è il risultato. Sta di fatto che sono rimasta almeno cinque minuti buoni imbambolata a combattere tra una tenerezza con tanto di carillon cerebrale a fare da sottofondo alla mia personale "madeleine", e un sentimento improvviso e ben riconoscibile di, come dire...giramento di palle. Sì, perché oltre a rivedermi bambina di dimensioni grottesche intenta a costruire animali mitologici che, se per disgrazia fossero realmente esistenti avrebbero lo stesso istinto di sopravvivenza di un frigorifero, ho pensato che l'inganno sia proprio tutto lì. Siamo cresciuti immaginando come reali cose che non possono esistere. L'infinito spettro delle possibilità oggi mi fa veramente cacare sotto (tanto per usare un eufemismo), proprio come un fantasma. Studia, comportati bene e vedrai che potrai fare QUELLO CHE VUOI. Ok, quindi anche una zebra con corpo di gatto e zampe di porco? Certo, anche quello. E invece no, la questione non va così. Non che sia colpa dei nostri genitori eh, ci mancherebbe pure questo dopo il panaro che si sono fatti per farci diventare persone "colte" (tra un po' rischiamo che venga inteso come participio passato, colte da terra dopo una di quelle cadute da competizione). La colpa è di quella nutrita cerchia di uomini snaturati che hanno interpretato a loro modo il libro della mia infanzia. Sono diventati furbi come faine, necrofagi (diciamo metaforicamente) come iene, voraci come squali e stronzi come nessun animale a parte l'uomo potrebbe essere. Sono quelli che hanno trasmesso di padre in figlio il gene di uno sport molto in voga: l'arrampicata sociale.
Alle loro spalle, poi, ci sono quelli come me e come voi, quelli a cui non frega un cazzo della carriera intesa come prestigio e soldi, quelli che non sono disposti a sgomitare per ritagliarsi uno spazio che di base è -sarebbe- un loro diritto, e sono gli stessi che tutto ciò che desiderano è avere persone care intorno, una casetta, un cane o un gatto, un cazzo di dignitoso lavoro che permetta di avere uno stipendio dignitoso per andare al cinema e a mangiare una pizza ogni tanto. Quelli che vorrebbero dire NO a chi ritiene naturale sfruttare i giovani e i meno giovani come schiavi in un campo che non è più di cotone ma è un campo di scartoffie e documenti in bell'ordine.
Quelli che la luna non la vogliono, a loro basta guardarla da lontano.

mercoledì 27 febbraio 2013

Umidità

Bagnatevi nella convinzione perenne

di non aver fatto abbastanza
o di aver fatto troppo

la sensazione sarà la stessa
umidità da gelarvi le ossa.

E saranno serate Damien Rice
se capite cosa intendo

quand'è così
può solo voler dire che Malinconia si è autoinvitata
la grande scostumata dei giorni.

Lasciatevi dire

che sarà autentica idiozia
la vostra, la mia.

Quando il freddo vi ferma
tenete a mente il pubblico che vi segue
amici amori la mamma fratelli, la gente che conta

uno share impareggiabile
e tutto per voi.

Loro

saranno gli unici a sapere chi siete
i soli a non avere bisogno che vi mostriate

interessanti interessati
affascinanti affascinati
entusiasmanti entusiasti

saranno loro a capirvi e tanto basta.

Dopodiché

andate a fanculo
a dormire
sonni tranquilli.







domenica 24 febbraio 2013

Gente che resta gente che va

Gente che resta
gente che va
la terra promessa ha un nome
è Serenità.

Su viali scoperti di passi
senza un inizio
e neanche una fine
stanno versi riversi
un po' qui un po' là

in foglie di autunni privati

da calpestare
da raccogliere
da bruciare.

Gente che resta
gente che va
si dice non sia leggenda
un luogo chiamato Libertà.


(E intanto

partire lontano
smaltire dolori


sentirsi incompiuti).











martedì 12 febbraio 2013

Nontiscordardime

Delicato
ogni fiore che recido
come se il prato fosse a perdita d'occhio

e non contasse la distanza

tra l'erba che calpesto
e quella che calpesti tu.

Costringiamo in un vaso le cose belle
le guardiamo sbriciolarsi
piano piano

cercando con la sete
l'acqua di amori essiccati
alle luci artificiali dei nostri umori.


Sapessi insegnare ai fiori
a costruirsi gambe per fuggire

tornare

a quel prato
a quel vento
a quel sole

senza il rimpianto di non essere nati fiori di campo

perché farsi calpestare è niente
davanti alla confortante libertà
del buio stellato.

domenica 9 dicembre 2012

Lo sai che i papaveri son alti alti alti e tu sei piccolina.

Ho comprato della carta da lettere
incredibile a dirsi
ne producono ancora

-al di là delle incontestabili logiche
del profitto -

Ho guardato il lungo papavero rosso
stampato sul bianco
a segnare i confini
tra una macchia d'inchiostro
e una poesia.

Ho provato a scrivere qualcosa di buono
ed è così che ho buttato via
il primo foglio.

Ho iniziato a disegnare
quello che sarebbe stato un mio ritratto

-se solo avessi avuto la pazienza
di non perderla -

La mano ha bisogno di tempo per scaldarsi,
una volta era diverso.

E c'è chi crede ancora che sia un'artista
forse perché non so fare niente.

Quasi niente,
qualcuno ha detto che faccio bene l'amore
qualcuno d'importante lo dice anche adesso,

ma ci sarebbe comunque da discuterne
il campione potrebbe non essere significativo.

venerdì 7 dicembre 2012

Basta un poco di zucchero.

Mi sentivo inquieta stasera. Senza un reale motivo.
In tv ho trovato Mary Poppins ed è bastata mezz'ora perché mi sentissi di nuovo tranquilla, accarezzata dalla malinconia dolce che solo i capolavori dell'infanzia possono regalare, quando guardi con occhi ormai adulti un mondo che ti emoziona di più adesso rispetto a quando eri bambina.
Semplicemente, per i piccoli la magia è reale quanto la realtà.
Una volta cresciuta ti stupisci che a ventisei anni un film come questo - tra la bellezza irripetibile di Julie Andrews, le canzoni che pensavi di aver dimenticato, le gite nei disegni a gessetto - ti faccia stare così bene in un casalingo venerdì sera di dicembre, mentre i termosifoni tengono caldo l'ambiente e fuori nevischia.
A Supercalifragilistichespiralidoso hai di nuovo otto anni, o forse non sei mai cresciuta del tutto.
E a questo punto non posso che sentirmi felice.

mercoledì 28 novembre 2012

Elogio della Lagna.

Mi sveglio sempre troppo presto. E ci credo, tra il letto di una scomodità disarmante, che quando riacquisti la propriocezione sembra che ti abbiano picchiato selvaggiamente, il gatto che durante la notte adora passeggiarti in testa, sullo stomaco, sdraiarsi in mezzo alle gambe, stampare il suo naso freddo e umido sul tuo, e un ragazzo che quando inizia a prepararsi per andare al lavoro fa più o meno lo stesso casino di un'officina meccanica in piena attività, le possibilità di continuare a dormire ammetteremo che non siano poi moltissime.
A meno che tu non sia morto, e fortunatamente non è ancora il mio caso.

La sostanza è che alle sette sono in piedi già da venti minuti e dopo un'ora sono alle prese con un'alterazione del pensiero immunitario: praticamente il mio cervello cerca di autodistruggersi avviluppandosi in un gomitolo di stronzate appositamente create per rovinarmi la giornata.

La medicina, in questi casi, è quasi sempre indisponibile.

Vorresti fare una passeggiata rigenerante e piove; vorresti un cappuccino caldo e ti arriva da ustione di terzo grado (che normalmente ti procuri alla lingua); vorresti fare due chiacchiere con un amico e sono tutti al lavoro/a dormire o scopare/lontani/disperati almeno quanto te quindi forse è meglio evitare; vorresti ricevere una chiamata che ti dia speranza sul tuo futuro lavorativo e ricevi invece il consiglio di partecipare ai concorsi per vincere un posto al Comune e scaldare la sedia per i prossimi centotrent'anni.
Grazie, agli istinti suicidi non sono ancora arrivata, ma ci penso su eh?
E siamo solo alle otto e mezzo.

Mandare cv, leggere, scrivere, informarsi, passeggiare, guardare un film, cazzeggiare su Facebook, spazzolare il gatto, pulire, cucinare, fare la spesa, andare in bagno e farsi un bidet sono tutte attività estremamente edificanti, ma di solito alle quattro di pomeriggio hanno inevitabilmente rotto il cazzo e tutte in egual misura.
Eh sì, lo so che c'è chi pagherebbe per farsi un paio di settimane così (appunto, al quindicesimo giorno posso assicurare che possono bastare).
So anche che c'è chi questo tipo di vita la fa da anni e non è contento né si lagna, e so benissimo che c'è anche chi sta molto peggio eccetera eccetera.

Per una volta, però, posso dire liberamente ed egoisticamente che io di fare la gara a chi sta peggio non ne ho mezza voglia, come dicono qua?
Ebbbbasta, non posso sentirmi in colpa ogni volta che mi capita di sentirmi triste, annoiata o quando mi succede di pensare di aver preso una fregatura colossale.

Voglio, anzi pretendo almeno una volta al mese il legittimo impedimento a interessarmi agli altri quando girano le palle a me.

Il che è molto diverso dall'essere indifferente ai destini altrui o più in generale al destino del mondo, semplicemente ogni tanto sarebbe meraviglioso che la gente ti dicesse solo che capisce il tuo stato d'animo piuttosto che ricordarti che come te ci sono altri milioni di persone - e nel gruppo naturalmente vengono inclusi anche gli inflazionatissimi quanto ignoratissimi (se non a parole) bambini africani, i disabili, i senzatetto e i malati - che stanno peggio, molto peggio.

"C'è chi il lavoro l'ha perso dopo vent'anni e adesso non ha una casa, e ti lamenti perché non hai un lavoro?"

Quindi secondo queste logiche brillanti non dovrei deprimermi a maggior ragione ma dovrei andarmene in giro felice e contenta perché l'intero pianeta è una merda. Paradossale, no?

A 'sto punto non lo so, tutto questo comprare indulgenze con un'ipocrisia spicciola, da talk show delle buone intenzioni anche quando è evidente che quando va bene la più grossa preoccupazione si ferma al perimetro del proprio orticello...boh, a me un po' ha seccato.
Propongo di indire il giorno della "lagna libera", del tipo che te ne vai per strada e ti lamenti inconsolabile col primo che t'ispira e che non sa e non saprà mai per quale motivo sei in quello stato, e quello deve limitarsi a pacche sulle spalle, religioso silenzio e dovrà anche darti un fazzoletto per impedirti di smoccolargli sulla manica.

Così, un atto di catarsi non inficiato da giudizi di valore, da un concetto di dolore più o meno giustificato.

Lavori troppo? Lagnati.
Lavori troppo poco? Lagnati.
Ti vedi brutto? Lagnati.
Ti hanno derubato? Lagnati.
Il tuo grande amore è partito? Lagnati.
Ti manca molto qualcuno? Lagnati.
Non sai fare altro che lagnarti? Lagnati.
Sei troppo fortunato per essere felice? Lagnati.

E così via all'infinito, una volta al mese. Il resto del tempo facciamoci tutti un favore: godiamocela 'sta vita.









venerdì 23 novembre 2012

Un giorno come gli altri.

Imposte chiuse
luce che filtra in piccoli raggi invadenti.

Sbatto palpebre soporose dal letto vicino
e pigramente osservo il pulviscolo ballare
poi arrivarmi addosso
senza mai toccarmi veramente,
illusorio amante di un giorno come gli altri.

Ed è subito in me
La metafora delle cose che s'improvvisano leggere
mentre inequivocabilmente penetrano,
nessun segno visibile

a parte l'improvvisa stridente epifania
di un'alba finita troppo presto
dentro un sole semplicemente
osceno.

mercoledì 14 novembre 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile.

Una felpa comoda
un paio di scarpe senza tacchi

-così si riportano i piedi per terra-
(e non solo i talloni).

Per quanto tentiate di schiacciarle
due piccole ali continuano a spingere e bucarmi la pelle

(e il sogno diventa infezione
da cui non voglio curarmi).

Preferisco sanguinare a vita
che permettervi di medicarmi

con la vostra
presunta forzata
realtà.














martedì 30 ottobre 2012

La poesia.

Mi piace la poesia perché è ermetica, in due parole ci metti un mondo e ognuno capisce il cazzo che gli pare, com'è giusto che sia.
Tanto diciamolo, la vita va così, e la poesia è molto più vera di un discorso. I discorsi vengono fraintesi quando non dovrebbero esserlo e anche quando tutto sembrerebbe spiegato per filo e per segno, il che dopo un'ora di parole e voce persa a raccontare, ti fa pensare "perché non scelgo mai il silenzio?".

Con la poesia è tutto decisamente aleatorio, quindi ogni interpretazione va bene e ogni interpretazione va accettata senza tante paranoie.

Forse gli uomini dovrebbero parlare alle donne in forma di poesia, del tipo

"il tuo silenzio non mi sfugge
la tua parola mi cattura
ma apprezzo il primo come un dono
mi lascia ad ammirare il tuo sguardo."

Ecco, una cagata del genere è un modo gentile per dire "quando non parli sto da dio" o "sono stufo di ascoltarti, piuttosto andrei a farmi recidere un testicolo", ma il messaggio che lei percepirà sarà "che dolce, mi ama quando gli parlo e mi ama quando non gli parlo, è DI SICURO l'uomo della mia vita".

Oppure

"Dolce amore
mani d'oro ho visto in te
in altre mai,
io bracciante povero
piacere non so dare
allora insegnami ad amare
come solo tu sai fare"


E lui intende "troppe rogne con 'ste coccole...e un po' più giù e un po' più su, datti da fare tu che facciamo prima". Lei capirà "sono l'unica delle persone con cui è stato che riesce a dargli tanto, sono DI SICURO la donna della sua vita".

Alle donne piace capire l'essenziale: il proprio punto di vista sul mondo. E allora semplifichiamoci tutti l'esistenza, una buona volta.
Prendiamo esempio da Franco Battiato, i tre quarti delle sue canzoni sono totalmente oscure e per questa ragione affascinanti. L'ipocrisia di affermare che l'importante siano la chiarezza e la trasparenza...ma per carità! Io dico che la chiave non è la chiarezza, ma la creatività.

Dì pure quello che vuoi, ma bada bene a farlo facendo in modo che nessuno se ne accorga.

E campa cent'anni, senza rotture di coglioni.





domenica 28 ottobre 2012

A horse with my name.

Tempo di merda.
Un ragazzo svenuto sul letto
respiro lento e regolare
e la pioggia e il freddo e il silenzio.

Va bene, va bene così.

Pace a buon mercato in un pomeriggio senza innesco
dentro una domenica qualunque,
banale preludio di lunedì incerto.

Eppure ha tutto il senso
del movimento

senza briglie
senza fantino
senza morso.

Proprio nessuno sa
nel preciso istante in cui si avvicina

se il cavallo salterà la staccionata
e riprenderà a galoppare.

mercoledì 24 ottobre 2012

Mercoledì di luna grossa.

Quando i pensieri vanno a mille

una testa sempre troppo lucida

e quello che cerchi da una vita
è perdere un po' il controllo
e smettere di scrivere bene
senza errori

ma qui c'è anche uno stramaledetto iphone a correggerti
il più delle volte scrivendo cazzate
che tu riesci comunque a mettere a posto.

Salire le scale sembra un'ardua impresa
ma lo fai e nel frattempo scrivi
come se le parole appartenessero a un altro

ti dai del tu
senza spiegazioni di sorta
come a un amico che conosci bene
e sai che non ti giudicherà

anche se sei onestamente a pezzi
e la cosa peggiore
è che non ti dispiace

cerchi un modo per uscire da te
ma non c'è verso
è quello che sei
nitida
come una notte di luna grossa.


(E mentre barcollo un po'
so benissimo come vanno piegati i pantaloni
per non stropicciarli,

e il mio dramma è tutto qui).



lunedì 22 ottobre 2012

The silent wave.

E' questione di temperamento
questa passione cocente per le parole

l'onda incalzante della discussione
non mi è dispiaciuta mai.

E c'è poco da ragionare
la violenza non c'entra
ho conosciuto onde aggressive
altre mi hanno sfiorato appena

carezze di schiuma
e
schiaffi di sale.

Nell'uno e nell'altro caso
è stato impossibile che non m'insegnassero qualcosa;

così ti spiego
l'unico motivo per cui continuerò a dirti quello che penso
anche quando a me non sarà concessa una corazza di scoglio:

succede così alla gente come me
so stare zitta solo di fronte al mare.

martedì 9 ottobre 2012

SetteOttobre2012

E un secondo dopo, sono sopra la città dove vive uno dei grandi amori della mia vita, mia sorella.

Sono sopra la sua casa la sua testa e sopra i suoi bellissimi occhi castani. Sono diretta chez moi, alla mia di casa e mentre l'aereo continua il decollo io mi chiedo come sia possibile che riesca a volare con un carico così pesante di malinconia.
Mi ritrovo gli occhi luccicosi e un po' me ne vergogno un po' ne sorrido, rassegnandomi al fatto che alcune cose non cambieranno mai, quella sensazione agrodolce di lasciare ogni volta a terra un pezzo grosso di me spunterà fuori a ogni saluto.

E tutto quello che c'è da sapere è che per quanto io e lei possiamo avere vite e città diverse, nazioni addirittura, restiamo complementari e mi basterà un attimo perché l'appartamento che non ho mai visto diventi casa e unicamente per il motivo che lì dentro ci mangia e ci dorme lei, poco importa che sia dietro l'angolo o dall'altra parte del mondo.

Ho smesso di pensare a cosa ci accomuna e cosa ci differenzia, siamo simili e diverse per un milione di ragioni o forse per nessuna, è mia sorella ed è la persona che immagino al mio fianco una trentina di volte al giorno. E dire che per anni le nostre separazioni sono durate il tempo di una mattinata; il resto delle giornate lo passavamo a litigarci giocattoli e capricci, ma in fondo è sempre stato bello anche litigare per chiedersi scusa a vicenda mezz'ora dopo, con lo sguardo basso per poi rialzarlo subito e rivedersi con occhi diversi, più sorelle di prima, ammesso che sia possibile.

Con questa consapevolezza ci salutiamo ogni volta, prendiamo un aereo e proseguiamo i nostri giorni così, semplicemente in posti diversi, lontani mai.
Mi congedo allora, dopo un piantino discreto contro il finestrino dell'aereo, dalla mia Marina, dal suo caffè buono, dalle riflessioni sulla crescita dell'edera sul muro del terrazzo, dalla ruga di espressione delle sue sopracciglia involontariamente un po' corrucciate e dal suo ciao con la mano sulla porta, e mi congedo anche dalla bella Garonne e dall'intera Bologna francese.

À bientôt Toulouse.

martedì 11 settembre 2012

Requiem for a dream

"Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra".
(F. De Andrè)


Ditegli che in fondo non ho dimenticato
che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una poesia.




Ho avuto tempo per me
e a dire il vero
molto più di quanto ne desiderassi

l'ho guardato con l'indifferenza dell'abbondanza
dall'oblò di una routine autoconservativa

e badando bene a lamentarmi
di averne già abbastanza.


Prevedibilmente tutto è cambiato
nel mio Panta Rei customizzato
ho saputo che un'epoca nuova comincia in fretta
ed è chiaro che non si prenda la briga
di onorare la defunta che la precedeva.

Tutto questo per dire
che dall'alto del mio metro e ottanta di perenne insoddisfazione
un po' mi piace
autoinfliggermi un minimo sindacale di esistenzialismo,

sempre.











mercoledì 25 luglio 2012

Donne, dududu.

Se entri in un bar e ti accorgi che la gente ti guarda come se nel locale fosse entrato un UFO, le possibilità sono essenzialmente tre:

-sei di una bellezza disarmante;
-sei di una bruttezza ugualmente sconcertante;
-indossi dei tacchi eccessivi considerando la tua statura di partenza.

Chiaramente nel mio caso si tratta della terza opzione.
Eppure al negozio non mi erano sembrati così alti. Mah.

Fatto sta che quando racconto l'imbarazzo di questi momenti (sopportabile per carità, non sto dicendo che crei un disagio sociale di chissà quale portata), normalmente l'interlocutore risponde che dovrei essere contenta.

"Vuoi mettere? Ti guardano, vuol dire che colpisci!"

Ok, sarà. Sarà anche che penso che se nel bar ci entrasse un brontosauro in diretta dalla Preistoria, probabilmente l'effetto sarebbe simile e non sarebbe certo indicatore di un apprezzamento a livello estetico.
Lo so, adesso si esagera, ci mancherebbe solo che avessi problemi di autostima tali da pensare di somigliare a un dinosauro.
Il discorso comunque è che ripeto l'altro giorno, quando li ho comprati, quei trampoli non sembravano tanto trampoli. E invece ieri mattina, subito dopo averli indossati mi sono sentita pronta ad accompagnare un carro allegorico.

E fin qui tutto sommato niente di drammatico, se ci ostiniamo a trascurare il modo in cui cammino: chi osserva potrebbe credere che io stia tastando un terreno disseminato di mine anti-uomo. E-le-gan-te, sì.
Quando poi la non-abitudine a portare tacchi così alti inizia a provocarmi dolori lancinanti ai piedi, l'effetto immediato è il rimando all'immagine di un soldato che, ferito a morte, arranca sui suoi ultimi passi. Aggiungiamoci che il più delle volte alle scarpe alte sono abbinati indumenti tutt'altro che comodi e l'effetto tortura cinese è assicurato.

Situazioni che spiegano ampiamente, è proprio il caso di dirlo, il CONFLITTO interiore che attanaglia una donna (?) divisa tra il desiderio di esprimere una femminilità un po' impolverata e la voglia di distruggere una per una e con grandissima soddisfazione le cause di quella sofferenza autoinflitta.

domenica 22 luglio 2012

UniVersITA'.

L'università non mi ha insegnato niente
tanta teoria
ben poca onestà intellettuale
e bocche piene
di quello che dovresti diventare

-ed era talmente evidente
che essere in gamba
rappresentasse un problema
esclusivamente mio-.

In ogni caso da loro nulla
che somigliasse almeno un po'
alla vita reale.

Quella
me l'hanno raccontata a casa
l'eterno ricominciare di mia nonna
mai un lamento
a nascondere i dolori sotto il tappeto,
la polvere mai
che la pulizia è la prima cosa.

E le litigate furiose con mia sorella,
fare i conti oggi coi baci che non le ho dato ieri
e che adesso le spedisco in Francia.

Il Tempo
quello che mio padre non riavrà mai indietro
ed io con lui,
poi quello discreto come il battito di un cuore vicino
scandito dai gesti perfetti di mia madre
intenta a riparare i motori
di una famiglia
quand'era un po' ingolfata.

Ho imparato a stare al mondo
anche al bar
la domenica mattina,
prendendo lezioni a spezzoni
da gente di passaggio
-esperienza in pillole
mandata giù insieme a un caffè-.

Sono diventata donna
dentro un letto caldo
di respiri molto diversi
dal meccanico espandersi dei miei polmoni.

Ho curiosato così
per vedere cosa c'è intorno
e tuttora lo faccio.

Della vita ne so comunque poco
ma il mio orizzonte lo costruisco perpendicolare a quello del sole
a rendere tutto piuttosto relativo

a parte il fatto che

anche la gatta ha saputo dirmi di più
di uno qualunque dei miei professori.









lunedì 16 luglio 2012

Le mille e una notte.

Un taccuino
la mia lampada di Aladino.

Luogo d'espressione
tra le altre cose
di desideri

quelli che sulla realtà non si fanno strofinare.




(Ed è magia vera
un genio che non serve
per cambiare il mondo intorno
quando in mano hai una penna).




venerdì 13 luglio 2012

Atletica leggera (mica tanto)

Penso di non aver mai toccato qualcosa di diverso
da un'opportunità

quale che fosse

(più o meno infinito)

e poi ho sempre ricominciato
dal punto di partenza

impossibile trovarne
due volte
uno uguale.

Corro così
nell'unico stile che conosco

la mia staffetta perpetua
di occasioni che non perdo

e quello che più mi stupisce

è che il senso di tutto
la forza motrice

non sia mai stato un traguardo.