Non mi hai detto cosa ne pensi
di come passo il mio tempo adesso,
certo è un po' diverso dalle corse
dalle birre
dalle donne
di quel tale
Bukowski;
pubblicava poesie e racconti
non so se hai presente
ci buttava dentro la sua vita
mentre diceva al mondo
compiaciuto e agonizzante
"io non posso fare un bel niente"
(a parte rimanere nella Storia).
Perché
se scrivi non fai
se fai non scrivi.
In tutto questo il tempo passa
e lo riconosci solo dopo
quand'è andato
come l'amico che non hai salutato.
mercoledì 27 giugno 2012
lunedì 25 giugno 2012
Fenomeni fisici.
Vasi comunicanti noi,
travasiamo l'amore
dal mio sorriso al tuo.
(E i tuoi baci si arrampicano in me
più capillari dell'acqua).
sabato 19 maggio 2012
19.05.2012
Ti sarai vestita di fretta
come ogni mattina.
Ti sarai guardata allo specchio
senza il dolore dell'ultima volta.
-E' così la giovinezza-
forte dei sorrisi che devi ancora scartare.
Qualcun altro si sarà alzato
forse prima di te.
Senza un'ombra del pudore del tuo viso fresco
avrà visto la sua immagine riflessa.
.....................................................................................................................
E De Andrè lo cantava
"crepare di maggio/ci vuole tanto troppo coraggio"
e lo diceva per un soldato.
Ma tu
te ne andavi senza divisa
incontro alla Guerra
a mani armate di adolescenza.
come ogni mattina.
Ti sarai guardata allo specchio
senza il dolore dell'ultima volta.
-E' così la giovinezza-
forte dei sorrisi che devi ancora scartare.
Qualcun altro si sarà alzato
forse prima di te.
Senza un'ombra del pudore del tuo viso fresco
avrà visto la sua immagine riflessa.
.....................................................................................................................
E De Andrè lo cantava
"crepare di maggio/ci vuole tanto troppo coraggio"
e lo diceva per un soldato.
Ma tu
te ne andavi senza divisa
incontro alla Guerra
a mani armate di adolescenza.
giovedì 19 aprile 2012
Chiamatemi Zelda, ma meno schizofrenica.
Improvvisamente succede di DOVER ricominciare a scrivere.
L'impellenza è la stessa di quando sei in viaggio e non ti accorgi di niente fino a quando non ti sembra di essere sul punto di fartela addosso. La pipì, tanto per essere precisi. Non puoi più aspettare, e così magari ti capita di farla sul ciglio della strada con le automobili che ti sfrecciano accanto a una velocità che pare debba rompere il muro del suono e a momenti ti fanno un peeling alle parti che hai esposto a scopo urinatorio (che finesse).
Che poi io non sarei mai in grado di farla per strada e anzi faccio fatica anche se il gabinetto è diverso da quello di casa mia, tanto che devo concentrarmi profondamente come se dovessi produrre un origami invece che una semplice pipì, è un altro discorso.
Tornando alla scrittura (ogni tanto devo riacciuffare l'obiettivo che mi perdo per strada), è come se una specie di ingranaggio si sbloccasse e i pensieri riprendessero a scorrere velocissimi. Questo avviene soprattutto quando sono impegnata in attività incompatibili con il fatto di dover tenere una penna e un foglio tra le mani, immaginatevi un pc. Il classico dei classici è mentre lavo i denti. Spazzolo e rimugino, rimugino e spazzolo, e chi mi conosce sa bene che lo faccio con una media di quattro volte al giorno. Vita piena la mia, lo so.
L'idea geniale arriva di solito quando il primo taccuino utile si trova a un milione di chilometri dalla mia portata, e della penna non ne parliamo. Nel frattempo nella testa le riflessioni sfrenate corrono ed è un po' il gioco del telefono senza fili, quelle arrivano ti dicono qualcosa di fondamentale e di cui naturalmente non capisci un accidente, e poi niente. Vuoto mentale che provi lo stesso a buttare giù, ma quello che viene fuori non è mai soddisfacente. D'altra parte, se la parola iniziale del gioco è "clacson" e tu alla fine capisci "cazzo" non è che sia proprio la stessa cosa.
E pensare che invece vorrei scrivere come Fitzgerald...si vede che sto perdendo contatto con la realtà, quindi continuo consapevolmente a crogiolarmi in un pinzimonio di relazioni appena accennate e discorsi poco impegnati e forse per questa ragione estremamente gratificanti, dal momento che lasciano tutto il beneficio dell'idealizzazione e soprattutto quella superficialità che tanto ricorda le festicciole mondane e terribilmente affascinanti descritte dal mio amato Scott.
Va bene chiamatemi Zelda, ma meno schizofrenica (insomma).
L'impellenza è la stessa di quando sei in viaggio e non ti accorgi di niente fino a quando non ti sembra di essere sul punto di fartela addosso. La pipì, tanto per essere precisi. Non puoi più aspettare, e così magari ti capita di farla sul ciglio della strada con le automobili che ti sfrecciano accanto a una velocità che pare debba rompere il muro del suono e a momenti ti fanno un peeling alle parti che hai esposto a scopo urinatorio (che finesse).
Che poi io non sarei mai in grado di farla per strada e anzi faccio fatica anche se il gabinetto è diverso da quello di casa mia, tanto che devo concentrarmi profondamente come se dovessi produrre un origami invece che una semplice pipì, è un altro discorso.
Tornando alla scrittura (ogni tanto devo riacciuffare l'obiettivo che mi perdo per strada), è come se una specie di ingranaggio si sbloccasse e i pensieri riprendessero a scorrere velocissimi. Questo avviene soprattutto quando sono impegnata in attività incompatibili con il fatto di dover tenere una penna e un foglio tra le mani, immaginatevi un pc. Il classico dei classici è mentre lavo i denti. Spazzolo e rimugino, rimugino e spazzolo, e chi mi conosce sa bene che lo faccio con una media di quattro volte al giorno. Vita piena la mia, lo so.
L'idea geniale arriva di solito quando il primo taccuino utile si trova a un milione di chilometri dalla mia portata, e della penna non ne parliamo. Nel frattempo nella testa le riflessioni sfrenate corrono ed è un po' il gioco del telefono senza fili, quelle arrivano ti dicono qualcosa di fondamentale e di cui naturalmente non capisci un accidente, e poi niente. Vuoto mentale che provi lo stesso a buttare giù, ma quello che viene fuori non è mai soddisfacente. D'altra parte, se la parola iniziale del gioco è "clacson" e tu alla fine capisci "cazzo" non è che sia proprio la stessa cosa.
E pensare che invece vorrei scrivere come Fitzgerald...si vede che sto perdendo contatto con la realtà, quindi continuo consapevolmente a crogiolarmi in un pinzimonio di relazioni appena accennate e discorsi poco impegnati e forse per questa ragione estremamente gratificanti, dal momento che lasciano tutto il beneficio dell'idealizzazione e soprattutto quella superficialità che tanto ricorda le festicciole mondane e terribilmente affascinanti descritte dal mio amato Scott.
Va bene chiamatemi Zelda, ma meno schizofrenica (insomma).
mercoledì 14 marzo 2012
Quando non ci sarà più niente da sognare.
Lascia pure che ti crolli addosso
questo mondo di parole
di fatti consumati
per un motivo o per un altro,
perchè sei stanco
non riesci ad alzarti
neanche quando sei in piedi.
Ti consiglio
un paio di ali posticce
da credere vere
perchè l'unica realtà indispensabile
è quella che non hai ancora sognato
a cui forse darai del tu.
E quando non ci sarà più niente da sognare
sarò lì per strapparti le stesse ali
così,
su due piedi
quelli su cui riprenderai a camminare.
questo mondo di parole
di fatti consumati
per un motivo o per un altro,
perchè sei stanco
non riesci ad alzarti
neanche quando sei in piedi.
Ti consiglio
un paio di ali posticce
da credere vere
perchè l'unica realtà indispensabile
è quella che non hai ancora sognato
a cui forse darai del tu.
E quando non ci sarà più niente da sognare
sarò lì per strapparti le stesse ali
così,
su due piedi
quelli su cui riprenderai a camminare.
lunedì 12 marzo 2012
Abbiamo i superpoteri!
Chi conosce la webserie di successo Freaks capirà bene cos'è il contagio emotivo pensando al personaggio di Andrea, lo sfattone discotecaro.
Per chi se l'è persa forse è il caso di rimediare perchè non è male e si trova su You Tube aggggratis, ma a parte questo quello che intendo è che il contagio emotivo è davvero un superpotere.
Quant'è bello che se tra me e te c'è feeling, se rido io quasi sicuramente riderai anche tu?
Io lo trovo stupefacente, anche se tengo a precisare che le droghe non c'entrano niente e non vorrei che si perdesse un po' il filo tra stupefacenza e lo sfattone di cui sopra.
Naturalmente sto divagando; il punto è che quando questa cosa del diventare cretini insieme succede tra due persone è già divertente, ma quando si è in cinque diventa un delirio di gruppo e tutto si amplifica ancora di più. Se poi analizziamo uno per uno i soggetti coinvolti, il risultato diventa prevedibile.
Soggetto 1: Femmina, 24 anni.
Descrizione: Si tratta di un esemplare di bell'aspetto, dagli occhi grandi e le tette pure.
Punti di forza: Diplomazia, senso dell'umorismo, generosità.
Aree di miglioramento: Livelli di ansia riguardo a passato-presente-futuro-varieedeventuali da abbassare notevolmente per garantire la sopravvivenza di tutti.
Soggetto 2 : Maschio, 25 anni.
Descrizione: Atletico e biondo, lo sguardo penetrante di Jigen l'amico di Lupin. Gli manca la sigaretta perennemente in bocca.
Punti di forza: Premurosità, disponibilità.
Aree di miglioramento: Definirlo bipolare sarebbe un eufemismo.
Soggetto 3 : Femmina, 24 anni.
Descrizione: Minuta e carinissima, puoi comodamente riporla nella tua borsetta.
Punti di forza: In centimetri metaforici, ha la lingua più lunga del suo metro e cinquanta di altezza.
Aree di miglioramento: Gli ormoni e il bimbaminchismo.
Soggetto 4: Maschio, 31 anni.
Descrizione: Occhi un po' da cinesino e un gran bel latoB.
Punti di forza: Spontaneità, dolcezza, ironia e finiamola qua perchè evidentemente non sono obiettiva.
Aree di miglioramento: Il lavoro che è sempre troppo e una --lieve-- tendenza a inciampare su qualsiasi cosa.
Soggetto 5 : Femmina, 25 anni.
Descrizione: Altitudine e piedi piatti.
Punti di forza: Buona capacità di giocare con le parole, senso dell'umorismo.
Aree di miglioramento: Scusate ma non posso passare il resto della vita a parlare dei miei difetti. Tanto li conoscete.
Ecco, questa era la base di partenza per il delirio generalizzato del week end appena trascorso.
Una casa che sembrava (sembra, in verità, visto che oggi è giorno di lavori forzati) un campo profughi tra letti improvvisati, spargimenti di coperte e piatti da lavare, un terrazzino assolato ispiratore di discorsi impegnati quanto il figlio di Bossi nello studio, e i cinque soggetti protagonisti.
Il momento topico: la colazione.
Viene da chiedersi perchè proprio la colazione. Eh, perchè quando ci si alza si è un po' tutti in stato confusionale, la testa può essere leggera di pensieri evanescenti come vapore acqueo oppure pesante di preoccupazioni come sassi, quindi in entrambi i casi non è che gli stimoli esterni siano particolarmente graditi.
Figuriamoci quando gli stimoli esterni sono esagerati.
Uno inizia immediatamente a parlare che dici elllamiseriaoh, datti una calmata; l'altra sospira e sembra voglia provare ad annegarsi nella tazza piena; un altro prepara il caffè e trova anche il modo di far crollare buona parte delle pentole a terra col conseguente piacevolissimo rumore tipico; un'altra prova a star dietro a tutti ma alla fine ci rinuncia e gioca con la gatta; l'ultima saluta il sole con un bel fanculo rivolto a nessuno in particolare.
E dove starebbe questo contagio emotivo? Qua ognuno si fa i cazzi propri.
E invece no, perchè ogni volta basta il minimo pretesto per scatenare la risata.
Uno dei soggetti, chiaramente di sesso maschile, inizia a bere e masticare rumorosamente davanti alle facce sdegnate delle ragazze. Viene prontamente aggredito (non fisicamente ma quasi) e come i bambini inizia a ridere rischiando di sbrodolarsi come quelle bambole odiose con cui giocano sempre i bambini. Le donne a questo punto vorrebbero mantenere la giusta dose di serietà ma è impossibile e nel giro di dieci secondi tutti ridono e rischiano di morire per soffocamento.
Che poi in una scena così, che c'è di così divertente?
Niente, appunto.
Oppure.
Il sogg.1 ha sempre avuto le mani da madonnina dei quadri (se potessi allegare una diapositiva lo farei, ma facciamo che usate un po' d'immaginazione) e questa caratteristica non si sa bene perchè ma a volte fa ridere fino al vomito.
L'altra mattina, per esempio. E' bastato che uno del gruppo desse l'input indicando a tutti le dita della poveretta, e da lì si è passati facilmente a imitarle (in effetti ogni tanto sembra che le manchino le falangi) arrivando a fare quel movimento di strofinamento delle zampette che fanno le mosche.
Che c'entrano le mosche con le mani delle madonne dei quadri?
Niente, appunto.
E' che quando la complicità raggiunge un picco omogeneo per tutti, si forma un nodo di quel momento preciso.
Un nodo fatto come si deve è difficile da sciogliere, e quello che non farebbe ridere nessuno fa ridere tutti, e soprattutto li farà ridere anche dopo anni solo a ripensarci e - credo - in quasi ogni circostanza.
Se non sono superpoteri questi.
Per chi se l'è persa forse è il caso di rimediare perchè non è male e si trova su You Tube aggggratis, ma a parte questo quello che intendo è che il contagio emotivo è davvero un superpotere.
Quant'è bello che se tra me e te c'è feeling, se rido io quasi sicuramente riderai anche tu?
Io lo trovo stupefacente, anche se tengo a precisare che le droghe non c'entrano niente e non vorrei che si perdesse un po' il filo tra stupefacenza e lo sfattone di cui sopra.
Naturalmente sto divagando; il punto è che quando questa cosa del diventare cretini insieme succede tra due persone è già divertente, ma quando si è in cinque diventa un delirio di gruppo e tutto si amplifica ancora di più. Se poi analizziamo uno per uno i soggetti coinvolti, il risultato diventa prevedibile.
Soggetto 1: Femmina, 24 anni.
Descrizione: Si tratta di un esemplare di bell'aspetto, dagli occhi grandi e le tette pure.
Punti di forza: Diplomazia, senso dell'umorismo, generosità.
Aree di miglioramento: Livelli di ansia riguardo a passato-presente-futuro-varieedeventuali da abbassare notevolmente per garantire la sopravvivenza di tutti.
Soggetto 2 : Maschio, 25 anni.
Descrizione: Atletico e biondo, lo sguardo penetrante di Jigen l'amico di Lupin. Gli manca la sigaretta perennemente in bocca.
Punti di forza: Premurosità, disponibilità.
Aree di miglioramento: Definirlo bipolare sarebbe un eufemismo.
Soggetto 3 : Femmina, 24 anni.
Descrizione: Minuta e carinissima, puoi comodamente riporla nella tua borsetta.
Punti di forza: In centimetri metaforici, ha la lingua più lunga del suo metro e cinquanta di altezza.
Aree di miglioramento: Gli ormoni e il bimbaminchismo.
Soggetto 4: Maschio, 31 anni.
Descrizione: Occhi un po' da cinesino e un gran bel latoB.
Punti di forza: Spontaneità, dolcezza, ironia e finiamola qua perchè evidentemente non sono obiettiva.
Aree di miglioramento: Il lavoro che è sempre troppo e una --lieve-- tendenza a inciampare su qualsiasi cosa.
Soggetto 5 : Femmina, 25 anni.
Descrizione: Altitudine e piedi piatti.
Punti di forza: Buona capacità di giocare con le parole, senso dell'umorismo.
Aree di miglioramento: Scusate ma non posso passare il resto della vita a parlare dei miei difetti. Tanto li conoscete.
Ecco, questa era la base di partenza per il delirio generalizzato del week end appena trascorso.
Una casa che sembrava (sembra, in verità, visto che oggi è giorno di lavori forzati) un campo profughi tra letti improvvisati, spargimenti di coperte e piatti da lavare, un terrazzino assolato ispiratore di discorsi impegnati quanto il figlio di Bossi nello studio, e i cinque soggetti protagonisti.
Il momento topico: la colazione.
Viene da chiedersi perchè proprio la colazione. Eh, perchè quando ci si alza si è un po' tutti in stato confusionale, la testa può essere leggera di pensieri evanescenti come vapore acqueo oppure pesante di preoccupazioni come sassi, quindi in entrambi i casi non è che gli stimoli esterni siano particolarmente graditi.
Figuriamoci quando gli stimoli esterni sono esagerati.
Uno inizia immediatamente a parlare che dici elllamiseriaoh, datti una calmata; l'altra sospira e sembra voglia provare ad annegarsi nella tazza piena; un altro prepara il caffè e trova anche il modo di far crollare buona parte delle pentole a terra col conseguente piacevolissimo rumore tipico; un'altra prova a star dietro a tutti ma alla fine ci rinuncia e gioca con la gatta; l'ultima saluta il sole con un bel fanculo rivolto a nessuno in particolare.
E dove starebbe questo contagio emotivo? Qua ognuno si fa i cazzi propri.
E invece no, perchè ogni volta basta il minimo pretesto per scatenare la risata.
Uno dei soggetti, chiaramente di sesso maschile, inizia a bere e masticare rumorosamente davanti alle facce sdegnate delle ragazze. Viene prontamente aggredito (non fisicamente ma quasi) e come i bambini inizia a ridere rischiando di sbrodolarsi come quelle bambole odiose con cui giocano sempre i bambini. Le donne a questo punto vorrebbero mantenere la giusta dose di serietà ma è impossibile e nel giro di dieci secondi tutti ridono e rischiano di morire per soffocamento.
Che poi in una scena così, che c'è di così divertente?
Niente, appunto.
Oppure.
Il sogg.1 ha sempre avuto le mani da madonnina dei quadri (se potessi allegare una diapositiva lo farei, ma facciamo che usate un po' d'immaginazione) e questa caratteristica non si sa bene perchè ma a volte fa ridere fino al vomito.
L'altra mattina, per esempio. E' bastato che uno del gruppo desse l'input indicando a tutti le dita della poveretta, e da lì si è passati facilmente a imitarle (in effetti ogni tanto sembra che le manchino le falangi) arrivando a fare quel movimento di strofinamento delle zampette che fanno le mosche.
Che c'entrano le mosche con le mani delle madonne dei quadri?
Niente, appunto.
E' che quando la complicità raggiunge un picco omogeneo per tutti, si forma un nodo di quel momento preciso.
Un nodo fatto come si deve è difficile da sciogliere, e quello che non farebbe ridere nessuno fa ridere tutti, e soprattutto li farà ridere anche dopo anni solo a ripensarci e - credo - in quasi ogni circostanza.
Se non sono superpoteri questi.
giovedì 8 marzo 2012
I feel like a woman.
Donna
prendi l'infinito
e aggiungi un cromosoma X.
L'universo sembra enorme
ma l'incognita
fa la differenza.
prendi l'infinito
e aggiungi un cromosoma X.
L'universo sembra enorme
ma l'incognita
fa la differenza.
martedì 28 febbraio 2012
Ecologia del dispiacere.
I periodi di merda capitano, non può filare sempre tutto liscio. Ogni tanto la fiancata alla macchina la fai. La macchina sei tu, in questo caso; tu o un tuo amico tua sorella tuo fratello la mamma il fidanzato il trombamico o chi sia sia di cui t'interessi tanto da sentire un po' di male anche se la fiancata la fa lui e teoricamente non condividete la carrozzeria.
A questo proposito, diciamolo, questa compartecipazione al dolore, la tanto esaltata empatia è un po' una fregatura per le ragioni di cui sopra, perché se le persone a cui tieni non sono in forma per niente (giusto per usare un eufemismo) ci pensi e ci ripensi e alla fine ti senti una mezza schifezza anche tu. E poi 'sta storia dell'empatia ti fotte soprattutto perché alle volte ti fa sentire davvero impotente, perché la verità è che non sei d'aiuto.
Prevedibili commenti: ma che dici, basta la presenza!
Basta la presenza è una cazzata, più o meno come l'espressione "basta il pensiero".
Allora adesso ditemi un attimo, quando aprite quel regalo orrendo che vi fa capire che la persona alla quale volete così bene non ha capito un cazzo di voi perché altrimenti non si sarebbe mai sognata neppure di pensare che avreste potuto apprezzare quella teiera del '800 che le spacchereste volentieri in testa, vi viene in mente che basti il pensiero? No, pensate a dove nascondere l'orrore, o in alternativa a come distruggerlo facendo pensare a un incidente.
Ed è così anche quando subite tracolli emotivo-sentimental-sociali. Non parliamo di stupidaggini (che poi tutto è relativo e ognuno ha la propria bilancia emozionale), parliamo di cose importanti, che lasciano il segno.
Certo, chiunque dovrà riconoscere che non sia da poco avere gli amici intorno e i pat-pat sulla spalla e il fazzoletto di carta che arriva proprio nel momento in cui si sta piangendo talmente tanto da rischiare d'inondare la stanza di moccolo, ed è importante anche che ci sia qualcuno a fare la voce grossa quando si ha voglia di abbandonarsi come un fuscello al vento del proprio destino di solitudine e morte...però la sostanza è che non basta.
La verità vera è che le persone non si possono riverniciare.
A parte che anche sulla verniciatura ci sarebbe da ridire, perché se la carrozzeria è ammaccata nascondi un po' il danno ma quello resta, non è che sparisca perché sei arrivato tu bel bello a darci un po' di colore sopra.
Tutto questo per dire che forse sarebbe più giusto se tutti avessero un tastino da qualche parte, un pulsante che amici parenti e volenterosi potessero usare all'occorrenza per accollarsi una piccola quantità di dispiacere che qualcuno d'importante sta provando, così, per alleggerirlo un tantino...una specie di donazione all'inverso in cui quello che si toglie all'altro può fargli solo bene e non disturba me che scelgo di prenderlo. E allora ci sarebbe una piccola parte di dolore per me, un'altra per lui, un'altra per lei, un'altra per chi s'offre -curiosa assonanza vero? Ma s(')offrirebbe solo un pochino, in fondo- e così fino a disperdere macrodolori in microdolori.
C'è chi se la meriterebbe proprio un'empatia di questa portata.
A questo proposito, diciamolo, questa compartecipazione al dolore, la tanto esaltata empatia è un po' una fregatura per le ragioni di cui sopra, perché se le persone a cui tieni non sono in forma per niente (giusto per usare un eufemismo) ci pensi e ci ripensi e alla fine ti senti una mezza schifezza anche tu. E poi 'sta storia dell'empatia ti fotte soprattutto perché alle volte ti fa sentire davvero impotente, perché la verità è che non sei d'aiuto.
Prevedibili commenti: ma che dici, basta la presenza!
Basta la presenza è una cazzata, più o meno come l'espressione "basta il pensiero".
Allora adesso ditemi un attimo, quando aprite quel regalo orrendo che vi fa capire che la persona alla quale volete così bene non ha capito un cazzo di voi perché altrimenti non si sarebbe mai sognata neppure di pensare che avreste potuto apprezzare quella teiera del '800 che le spacchereste volentieri in testa, vi viene in mente che basti il pensiero? No, pensate a dove nascondere l'orrore, o in alternativa a come distruggerlo facendo pensare a un incidente.
Ed è così anche quando subite tracolli emotivo-sentimental-sociali. Non parliamo di stupidaggini (che poi tutto è relativo e ognuno ha la propria bilancia emozionale), parliamo di cose importanti, che lasciano il segno.
Certo, chiunque dovrà riconoscere che non sia da poco avere gli amici intorno e i pat-pat sulla spalla e il fazzoletto di carta che arriva proprio nel momento in cui si sta piangendo talmente tanto da rischiare d'inondare la stanza di moccolo, ed è importante anche che ci sia qualcuno a fare la voce grossa quando si ha voglia di abbandonarsi come un fuscello al vento del proprio destino di solitudine e morte...però la sostanza è che non basta.
La verità vera è che le persone non si possono riverniciare.
A parte che anche sulla verniciatura ci sarebbe da ridire, perché se la carrozzeria è ammaccata nascondi un po' il danno ma quello resta, non è che sparisca perché sei arrivato tu bel bello a darci un po' di colore sopra.
Tutto questo per dire che forse sarebbe più giusto se tutti avessero un tastino da qualche parte, un pulsante che amici parenti e volenterosi potessero usare all'occorrenza per accollarsi una piccola quantità di dispiacere che qualcuno d'importante sta provando, così, per alleggerirlo un tantino...una specie di donazione all'inverso in cui quello che si toglie all'altro può fargli solo bene e non disturba me che scelgo di prenderlo. E allora ci sarebbe una piccola parte di dolore per me, un'altra per lui, un'altra per lei, un'altra per chi s'offre -curiosa assonanza vero? Ma s(')offrirebbe solo un pochino, in fondo- e così fino a disperdere macrodolori in microdolori.
C'è chi se la meriterebbe proprio un'empatia di questa portata.
mercoledì 22 febbraio 2012
Omaggio apolitico a un partigiano incontrato per caso.
Una panchina nel sole
ritaglio di Sardegna
sono isola dentro l'isola,
perché al sole
la solitudine non guasta.
Posso guardare la vita proseguire
lasciarmi indietro un momento
ho il diritto di rimanere seduta
senza chiedermi
anche questa volta
cosa devo dimostrare adesso?
Arrivi poco dopo
vecchia nave stanca e solida e carica
tocchi le mie sponde
coi tuoi novant'anni di Storia
in cambio di un sorriso dai miei venticinque.
Tu che hai lottato sulle montagne
in ciabatte
m'hai detto
i piedi a rompere un ghiaccio
tutt'altro che metaforico.
La tua minaccia
aveva un nome e un cognome importanti
Guerra Mondiale.
E mentre parli
mi domando perché
il tuo sforzo
sembra così indifferente al mondo
oggi.
Mi chiedo
per quale libertà hai combattuto
se ancora combatti
e se sia poi tanto diversa
da quella che immagino io.
Mi piacerebbe sapere
tutte queste cose
sono sul punto di dirtelo
poi
mi racconti dei tuoi nipotini
e ti vedo trasformarti in uno di loro;
mi dico in silenzio
per oggi le risposte mi bastano.
ritaglio di Sardegna
sono isola dentro l'isola,
perché al sole
la solitudine non guasta.
Posso guardare la vita proseguire
lasciarmi indietro un momento
ho il diritto di rimanere seduta
senza chiedermi
anche questa volta
cosa devo dimostrare adesso?
Arrivi poco dopo
vecchia nave stanca e solida e carica
tocchi le mie sponde
coi tuoi novant'anni di Storia
in cambio di un sorriso dai miei venticinque.
Tu che hai lottato sulle montagne
in ciabatte
m'hai detto
i piedi a rompere un ghiaccio
tutt'altro che metaforico.
La tua minaccia
aveva un nome e un cognome importanti
Guerra Mondiale.
E mentre parli
mi domando perché
il tuo sforzo
sembra così indifferente al mondo
oggi.
Mi chiedo
per quale libertà hai combattuto
se ancora combatti
e se sia poi tanto diversa
da quella che immagino io.
Mi piacerebbe sapere
tutte queste cose
sono sul punto di dirtelo
poi
mi racconti dei tuoi nipotini
e ti vedo trasformarti in uno di loro;
mi dico in silenzio
per oggi le risposte mi bastano.
venerdì 10 febbraio 2012
Allerta Neve.
C'è l'allerta neve. Anzi no, mò non la chiamano più allerta neve, ma allerta "blizzard", nome esotico per dare un tocco cool alla BUFERA DI NEVE. Vento ghiaccio neve freddo polare. Un bordello. La Protezione Civile dopo le recenti accuse invita a rimanere a casa dalle 12 di oggi fino ad almeno le 17 di domani. E tu siccome sei un po' imbecille (oltre che una cagasotto) resti a casa per evitare di essere sferzata da gelide folate arricchite da corpi contundenti che potrebbero avere voglia di fracassarsi sulla tua faccia distruggendola definitivamente. Che poi vabbé, sarai anche esagerata ma tu e il freddo siete come il cavolo e la merenda, insieme non ci state a dire niente. Sei nata e cresciuta al Sud, in quel magico regno dove la temperatura non scende mai oltre gli otto gradi centigradi, e lì ci sono tanti altri problemi e su questo siamo d'accordo, però vuoi mettere? Resti a casa, dicevamo, e ti arroghi anche il diritto di fare la distaccata rispetto all'ondata di panico che ha coinvolto mass media e compagnia, e continui a ripeterti "sssciono proprio eccessscivi, tutto questo allarmissscmo per un po' d'inverno aaaatipico". Godi anche, nel pronunciare a te stessa la parola atipico, pensando che ti descrive proprio bene, e già a quel punto avresti dovuto capire che sei fuori strada come un suv impantanato. La verità vera è che non usciresti a fare un giro neanche se ti dicessero che al posto della statua del Nettuno, in centro c'è l'albero della cuccagna che sta aspettando solo te. Sì, resterai nel tuo piccolo bunker sopraelevato a leggere-scrivere-far di conto (no, questo mai)-conversare telematicamente con i tuoi amici-guardare fuori dalla finestra-rimuginare su eventi insignificanti. Tutte attività altamente edificanti. Alle 12 non succede un cazzo, comunque. Eh, non è che le nuvole c'avevano l'appuntamento, no? Arriverà, la tempesta arriverà. Alle 19.08 la situazione è identica a sette ore prima. Nel frattempo hai trascorso il tuo tempo concentrandoti, tra le altre cose, sui vari siti online dei giornali, che su Bologna scrivono prima "GLI ESPERTI DICONO: BUFERA IN RITARDO DI DUE ORE", poi "...DI TRE ORE", e alla fine optano per un più vago "BUFERA IN RITARDO". Ah, quindi possiamo aspettarcela anche per il 21 aprile? Almeno che si scusi, quando arriva. Pure alle bufere manca l'educazione, non ci posso credere. E in tutto questo non è che ti venga in mente di uscire, intanto, così magari prendi un po' d'aria e ossigeni 'sto cervello rimbambito...no, rimani a rotolarti sul divano col gatto, che lo fa mille volte meglio di te perché oziare senza scopo è la sua missione nella vita. Il risultato è che il tuo livello di nevrosi, già abbastanza alto prima dell'emergenza maltempo, adesso è ineguagliabile. Inizi a dedicarti ad attività che ti rammentano che ti stai pericolosamente avviando a essere l'anello di congiunzione all'indietro tra l'uomo e la scimmia: mangi una banana, ti gratti la testa, rimani lunghissimi minuti davanti al pc senza fare né pensare alcunché, e fermiamoci qui che è meglio. A un certo punto pensi che è ora di smetterla, quindi ti alzi, fai un giro attorno al tavolo, per un attimo pensi di poter uscire o invitare qualcuno, e infine ritorni esattamente nella posizione di partenza perché ti ricordi che l'ultimo match di rotolamento l'ha vinto il gatto e hai bisogno di una rivincita.
martedì 31 gennaio 2012
Quello che VOGLIO.
Insegui i tuoi sogni.
Te lo ripetono in continuazione, è il cavallo di battaglia di milioni di pubblicità e di altrettanti discorsi; la formula infatti risulta affascinante, nonostante racchiuda in sé il senso dell'affanno. Volendo tralasciare il fatto che l'utilizzo del verbo "inseguire" fa sì che si dia per scontato che i sogni stiano andando in direzione opposta rispetto a qualcosa o a qualcuno. E quel qualcuno di norma siamo noi.
E se i sogni invece ci venissero incontro?
Da bambina facevo tante cose stupide da bambini, di quelle che si estinguono col tempo, tipo:
-piangere come una disperata (quest'abitudine non può definirsi estinta, a onor del vero)
-lanciare o distruggere oggetti per la rabbia (successivamente mia madre tentava giustamente di distruggere me)
-fare a botte con mia sorella (ha sempre vinto lei, anche se in quanto a dimensioni era un terzo di me)
-camminare di ginocchia sull'asfalto (ogni tanto il desiderio mi torna, soprattutto se ho avuto la brillante idea di uscire coi tacchi)
-eccetera eccetera (so di non essere così originale da aver bisogno di stilare un elenco completo delle incredibili attività alle quali mi dedicavo)
ma al di lá di queste cosette da poco, mostravo anche una certa propensione all'uso ragionato delle facoltà verbali.
Sì, nei momenti in cui stranamente non cercavo di fare in modo che i miei genitori mi dimenticassero accanto a un cassonetto, mi lanciavo nella scrittura e quando mi chiedevano cosa avrei fatto da grande, senza esitazione rispondevo:"Voglio fare la scrittrice".
Nessun vorrei, nessun mi piacerebbe, nessun sogno di diventare.
VOGLIO.
"L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re." Tanto piacere, evidentemente il re non usa il fertilizzante giusto.
E quindi io scrivevo temi, storie, poesie.
Inventavo di sana pianta anche aneddoti sulla mia famiglia, e per fortuna i miei avevano l'abitudine di rileggere i compiti prima che li portassi a scuola, altrimenti a quest'ora sarei ancora in mano agli assistenti sociali.
Una volta, tanto per dirne una, scrissi che durante i pranzi a casa mia sorella si rifiutava di mangiare e mio padre si arrabbiava moltissimo e gridava come un pazzo, fino a che la vicina spaventata non chiamava la polizia. Nel frattempo, secondo il mio racconto mia madre giocava a carte. Certo. Da sola poi, povera squilibrata.
Ovviamente i pranzi in famiglia sono sempre stati tutt'altro che spiacevoli, ma chissà perché io mi ero convinta che il mio fosse proprio un modo carino di descriverli.
E poi scrivevo di coccodrilli a cui veniva il tetano (probabilmente cercavo di convincermi che qualcosa di buono nel fare il vaccino dovesse pur esserci), pulcini divorati da serpenti che poi li rigurgitavano per compassione...mille e una assurdità all'insegna del gusto dell'orrido.
Eppure la mia è stata un'infanzia più che felice. Che l'ottimismo sia una dote innata?
Adesso che sono (per certi versi) cresciuta, continuo a mescolare le parole a mio piacimento sulla carta, ma ho perso quella caparbietà che mi spingeva a dire VOGLIO diventare una scrittrice. Può darsi che sia successo perché il mio vocabolario si è arricchito e alla parola "scrittrice" si sono aggiunte "talento", "lavoro", "successo", concetti di cui da bambina non avrei mai immaginato di dovermi curare.
Oggi mi dicono che il talento è la "conditio sine qua non" per diventare scrittori, e da qualche anno ho cominciato a domandarmi se nel mio album di figurine CELO o MANCA.
Comunque vada,
se manca, bé...io mi accontento del tunnel carpale.
Te lo ripetono in continuazione, è il cavallo di battaglia di milioni di pubblicità e di altrettanti discorsi; la formula infatti risulta affascinante, nonostante racchiuda in sé il senso dell'affanno. Volendo tralasciare il fatto che l'utilizzo del verbo "inseguire" fa sì che si dia per scontato che i sogni stiano andando in direzione opposta rispetto a qualcosa o a qualcuno. E quel qualcuno di norma siamo noi.
E se i sogni invece ci venissero incontro?
Da bambina facevo tante cose stupide da bambini, di quelle che si estinguono col tempo, tipo:
-piangere come una disperata (quest'abitudine non può definirsi estinta, a onor del vero)
-lanciare o distruggere oggetti per la rabbia (successivamente mia madre tentava giustamente di distruggere me)
-fare a botte con mia sorella (ha sempre vinto lei, anche se in quanto a dimensioni era un terzo di me)
-camminare di ginocchia sull'asfalto (ogni tanto il desiderio mi torna, soprattutto se ho avuto la brillante idea di uscire coi tacchi)
-eccetera eccetera (so di non essere così originale da aver bisogno di stilare un elenco completo delle incredibili attività alle quali mi dedicavo)
ma al di lá di queste cosette da poco, mostravo anche una certa propensione all'uso ragionato delle facoltà verbali.
Sì, nei momenti in cui stranamente non cercavo di fare in modo che i miei genitori mi dimenticassero accanto a un cassonetto, mi lanciavo nella scrittura e quando mi chiedevano cosa avrei fatto da grande, senza esitazione rispondevo:"Voglio fare la scrittrice".
Nessun vorrei, nessun mi piacerebbe, nessun sogno di diventare.
VOGLIO.
"L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re." Tanto piacere, evidentemente il re non usa il fertilizzante giusto.
E quindi io scrivevo temi, storie, poesie.
Inventavo di sana pianta anche aneddoti sulla mia famiglia, e per fortuna i miei avevano l'abitudine di rileggere i compiti prima che li portassi a scuola, altrimenti a quest'ora sarei ancora in mano agli assistenti sociali.
Una volta, tanto per dirne una, scrissi che durante i pranzi a casa mia sorella si rifiutava di mangiare e mio padre si arrabbiava moltissimo e gridava come un pazzo, fino a che la vicina spaventata non chiamava la polizia. Nel frattempo, secondo il mio racconto mia madre giocava a carte. Certo. Da sola poi, povera squilibrata.
Ovviamente i pranzi in famiglia sono sempre stati tutt'altro che spiacevoli, ma chissà perché io mi ero convinta che il mio fosse proprio un modo carino di descriverli.
E poi scrivevo di coccodrilli a cui veniva il tetano (probabilmente cercavo di convincermi che qualcosa di buono nel fare il vaccino dovesse pur esserci), pulcini divorati da serpenti che poi li rigurgitavano per compassione...mille e una assurdità all'insegna del gusto dell'orrido.
Eppure la mia è stata un'infanzia più che felice. Che l'ottimismo sia una dote innata?
Adesso che sono (per certi versi) cresciuta, continuo a mescolare le parole a mio piacimento sulla carta, ma ho perso quella caparbietà che mi spingeva a dire VOGLIO diventare una scrittrice. Può darsi che sia successo perché il mio vocabolario si è arricchito e alla parola "scrittrice" si sono aggiunte "talento", "lavoro", "successo", concetti di cui da bambina non avrei mai immaginato di dovermi curare.
Oggi mi dicono che il talento è la "conditio sine qua non" per diventare scrittori, e da qualche anno ho cominciato a domandarmi se nel mio album di figurine CELO o MANCA.
Comunque vada,
se manca, bé...io mi accontento del tunnel carpale.
domenica 22 gennaio 2012
mercoledì 18 gennaio 2012
Una giraffa per amica.
Mai fidarsi delle amiche che accettano di venire a prendere un the a casa tua. C'è il rischio che arrivino con l'intenzione di diventare donne. Sì, per oltre vent'anni sono state femmine, nel senso che hanno sempre avuto la vagina e non il pene ma per il resto tra loro e che ne so, la femmina di una giraffa non è che ci fosse tutta 'sta differenza. Non perché siano brutte o rozze o che, semplicemente sono sempre state ragazze acqua e sapone, naturali...un po' wild, insomma. Poi un giorno arrivano e ti dicono tutto d'un fiato:"Oggi mi fai i baffi le sopracciglia e la manicure." Punto. Non è che te lo chiedano, è diverso: te lo ordinano. Poco importa che poi aggiungano:"No vabbé, se ti va..." con quella facciotta languida. Ormai sei in trappola. Eccchessaràmmai direte voi, incoscienti. Prova a mettere lo smalto a una giraffa e poi ne riparliamo. La devi prima addomesticare, tanto per essere chiari. Invece non hai il tempo, la tua amica è là che esige quello che ti ha appena richiesto. Dici: "Va bene, ma devi lasciarmi fare". Sì Sì certo, ti risponde la stronza. Inizi dalla ceretta al labbro e dopo trenta secondi già pensi che davvero avresti preferito che al posto suo ci fosse stata la famosa giraffa. La belva che hai in casa ti stringe il braccio, ti trattiene la mano, si dimena, urla dal dolore, si lamenta, si gira, ride, dice aspetta...ROMPE I COGLIONI. Di rimando tu la strattoni, cerchi di bloccarle il braccio, sospiri, t'incazzi, le dici che adesso la molli lì con la cera attaccata al muso. Evvai, mi è sempre piaciuta la lotta libera. Alla fine ce la fai, minacci di non continuare con le sopracciglia e il resto ma lei ti guarda come se fossi la persona più crudele al mondo e allora cedi. Vai a prendere la pinzetta e cominci. La pazienza l'hai persa già da un pezzo, quindi le metti una mano in fronte e spingi per farle sollevare il mento e vedere meglio. Lei sembra piuttosto contrariata e si contorce e strizza gli occhi come se avessi appena tentato d'impalarla, poi si rilassa un secondo e tu strappi. "Mi raccomando eh? Non fare cose strane che se poi sto male ti uccido". Pure. Devi anche fare un buon lavoro, mentre lei parla corruga la fronte ride e balla la lambada, magari. Riesci a toglierle sei peli in tutto, tre da una parte e tre dall'altra. Bé oh, cazzi suoi a un certo punto. Ti prepari alla manicure. Nel frattempo lei si guarda allo specchio e non è pienamente soddisfatta del risultato delle sopracciglia, quindi prende la pinzetta e fa da sè. Oh, questo si che è addomesticamento. Tiri fuori dal tuo beauty-case la limetta da unghie e la tua amica strabuzza gli occhi come se avessi sfoderato la sciabola di Gengis Khan. "Che c'è?" ti domandi mentre sposti lo sguardo sull'oggetto che hai in mano e che ha provocato cotanta reazione. A momenti credi che la lima possa essersi trasformata in un coltello. "No quella cosa che sfrega sulle unghie mi fa troppo senso" e accompagna la frase con una colorita espressione di disgusto. Eh ho capito bimba mia, ma forse abbiamo idee diverse su cosa significhi la parola "manicure". Resti immobile nella tua perplessità, lei è già passata a guardarsi i peli delle braccia e sta dicendo che forse dovrebbe eliminare anche quelli. Dai una sbirciata e vedi due minuscoli peletti in mezzo al deserto. Senti che ti stanno gridando "ti prego, risparmiaci!", ed è quello che fai rivolgendo alla tua amica giraffa un'occhiata di profondo sdegno. Dimentica quasi subito le braccia e torna alle unghie. Lo smalto? Comandi! Lo stendi con attenzione, prima la base poi il colore -due passate- poi il protettore, e la bestiaccia nella sua abissale ignoranza mette a dura prova i tuoi nervi domandandosi perché mai così tanti strati e che esagerazione e le unghie le diventano spesse così e quanto tempo per asciugare e si fa tardi e di qua è di là. Finisci quando sei a un passo dall'omicidio preterintenzionale. Lei osserva attentamente il cambiamento delle sue mani e conclude con un sonoro "BAH". Le spieghi che deve farci un po' l'occhio visto che è la prima volta, ma lo scetticismo non l'abbandona. Vabbé allora vai a fanculo. Gliel'avrai detto quelle trenta volte da quando ha messo piede in casa tua, tanto lo sai che non si scompone e rompe le palle uguale."Allora, lo facciamo il the?"Appunto.
martedì 10 gennaio 2012
Mia nonna dice peli e guai non mancano mai.
Tutto è iniziato sedici anni fa. Me ne accorgo riguardando quella vecchissima fotografia. Un primo piano che anche il peggior serial-killer si sarebbe risparmiato di scattare.
Avevo nove anni ed era il giorno della mia comunione. Sono ritratta a mezzo busto, l'abito bianco che pare da sposa, perché se a nove anni sei alta un metro e sessanta e porti quaranta di scarpe, ebbé bella mia, il rischio è quello. Dicevo abito bianco, capelli scurissimi in stile Maria Piangente e cerchietto rigorosamente bianco, espressione seria, mani intrappolate da guantini bianchi e giunte in segno di preghiera e ora capisco perché.
MA COME VI VIENE IN MENTE di permettere un'umiliazione del genere.
Quella fotografia è la testimonianza scientifica che lo yeti è esistito, e si è pure riprodotto. Eccola là, la sua figlioletta. Un monociglio nero da competizione e dei baffi che Zorro l'avrebbe preso come un affronto personale.
"Bello il bianco sulle brune, SPICCA." I peli spiccano.
Osservo meglio l'obbrobrio impresso per l'eternità e concludo che quella cosa nella foto che non posso essere io sembra che stia chiedendo una grazia. O una ceretta, più facile.
Beata incoscienza, mi facevano andare in giro in quel modo forse nella speranza che un circo mi raccattasse.
Ho dovuto aspettare altri due anni prima che a mia madre venisse in mente che probabilmente era il caso di sradicare quelle setole mostruose prima che sua figlia se ne rendesse conto da sè e la disconoscesse.
La mia prima depilazione è avvenuta tra pianti e disperazioni perché obiettivamente facevo schifo, ma è anche vero che la ceretta sopra il labbro è dolorosa e a undici anni puzzavo ancora di latte, motivo per cui ME NE FOTTEVO altamente di essere la versione junior della donna barbuta. Gli ormoni dormivano tutti all'ombra di quegli arbusti facciali.
Ancora oggi, quando faccio presente alla mamma di quanto fossi un cesso da bambina, la sua risposta è:
"MA COSA DICI, ERI COSI' BELLINA...UNA BAMBINONA."
Mamma, la figlia di Shrek. E non aggiungo altro.
Si sa, ogni scarrafone...il peggio però si verifica ADESSO, alla veneranda età di venticinque anni, quando ti tocca avere un fidanzato e possibilmente tenertelo.
Allora diciamolo: i primi mesi tanta attenzione, calcoli strategici per programmare le cerette negli anni a venire in modo tale da evitare che lui confonda la tua gamba con la zampa del gatto, e poi incastri la depilazione perché sia lontana dal periodo mestruale perché non è che vai a dissanguarti davanti all'estetista, e su e giù e aspetta lui la prossima settimana non lo vedo perché è là, ah ma non posso farla adesso è troppo presto sono corti vabbè vado di rasoio, oddio sono un cactus e così via fino alla perdita dei sensi e del senso anche. Quasi quasi anche del sesso, che ti sei rotta le palle di tutte 'ste manovre e a momenti dici "io non scopo più". Oppure scopo vestita.
Poi succede che dopo diversi mesi di storia a distanza, per una serie di circostanze il suddetto fidanzato viene ad abitare con te. E tu sei così felice e romantica e vai in brodo di giuggiole.
Fino a quando ti rendi conto che devi trovare una soluzione al problema forestale. Le prime settimane ci provi eh, con impegno pure; dopo poco, però, capisci che non ce la puoi fare tra ricrescite e peli incarniti e reincarnazioni di antenati dei peli che avevi a dieci anni e bubboni e schifezze varie.
E rinunci. vergognandoti come una ladra, ma rinunci. Questa è la verità.
E lui, come la prende?
Lui non fa una piega. Lo stronzo. Per mesi sei IMPAZZITA per far combaciare tutto e mostrarti non dico perfetta ma quasi e scopri solo ora che sei al limite della sopportazione che tutti i tuoi sforzi non servivano a niente. Vai bella, se ti piace spalare la neve al Polo Nord, chi te lo impedisce.
"Amore no dai non mi toccare le gambe, ho i peli..."
"Ma che me ne frega dei peliiii!!! Ma poi dove li vedi?! Tsk...e comunque tu sei bellissima in qualunque modo..." occhi da gattomorto inclusi.
E NO, SERPE MALEFICA, COME MINIMO MI DEVI DARE UN PO' DI SODDISFAZIONE DICENDO CHE TRA ME E TEDDY BEAR E' PIU' SEXY LUI!
Ho sprecato energie, tempo, dolore, posizioni improbabili, sudore, soldi...ho anche permesso a quella cretina dell'estetista di prendermi per il culo...adesso ti faccio vedere io, me li faccio crescere fino a poterli usare per legarci degli oggetti e usarli al posto delle tasche.
Ti ritrovi a raccontarlo all'estetista che commenta dicendo "Sì è vero, ai maschi importa poco dei peli."
Soffochi la voglia di gridarle: "AUTOGOALLLLL!" e di fuggire in strada mezza nuda, con una gamba perfettamente liscia e un'altra ricoperta da un sottile tappeto erboso.
Avevo nove anni ed era il giorno della mia comunione. Sono ritratta a mezzo busto, l'abito bianco che pare da sposa, perché se a nove anni sei alta un metro e sessanta e porti quaranta di scarpe, ebbé bella mia, il rischio è quello. Dicevo abito bianco, capelli scurissimi in stile Maria Piangente e cerchietto rigorosamente bianco, espressione seria, mani intrappolate da guantini bianchi e giunte in segno di preghiera e ora capisco perché.
MA COME VI VIENE IN MENTE di permettere un'umiliazione del genere.
Quella fotografia è la testimonianza scientifica che lo yeti è esistito, e si è pure riprodotto. Eccola là, la sua figlioletta. Un monociglio nero da competizione e dei baffi che Zorro l'avrebbe preso come un affronto personale.
"Bello il bianco sulle brune, SPICCA." I peli spiccano.
Osservo meglio l'obbrobrio impresso per l'eternità e concludo che quella cosa nella foto che non posso essere io sembra che stia chiedendo una grazia. O una ceretta, più facile.
Beata incoscienza, mi facevano andare in giro in quel modo forse nella speranza che un circo mi raccattasse.
Ho dovuto aspettare altri due anni prima che a mia madre venisse in mente che probabilmente era il caso di sradicare quelle setole mostruose prima che sua figlia se ne rendesse conto da sè e la disconoscesse.
La mia prima depilazione è avvenuta tra pianti e disperazioni perché obiettivamente facevo schifo, ma è anche vero che la ceretta sopra il labbro è dolorosa e a undici anni puzzavo ancora di latte, motivo per cui ME NE FOTTEVO altamente di essere la versione junior della donna barbuta. Gli ormoni dormivano tutti all'ombra di quegli arbusti facciali.
Ancora oggi, quando faccio presente alla mamma di quanto fossi un cesso da bambina, la sua risposta è:
"MA COSA DICI, ERI COSI' BELLINA...UNA BAMBINONA."
Mamma, la figlia di Shrek. E non aggiungo altro.
Si sa, ogni scarrafone...il peggio però si verifica ADESSO, alla veneranda età di venticinque anni, quando ti tocca avere un fidanzato e possibilmente tenertelo.
Allora diciamolo: i primi mesi tanta attenzione, calcoli strategici per programmare le cerette negli anni a venire in modo tale da evitare che lui confonda la tua gamba con la zampa del gatto, e poi incastri la depilazione perché sia lontana dal periodo mestruale perché non è che vai a dissanguarti davanti all'estetista, e su e giù e aspetta lui la prossima settimana non lo vedo perché è là, ah ma non posso farla adesso è troppo presto sono corti vabbè vado di rasoio, oddio sono un cactus e così via fino alla perdita dei sensi e del senso anche. Quasi quasi anche del sesso, che ti sei rotta le palle di tutte 'ste manovre e a momenti dici "io non scopo più". Oppure scopo vestita.
Poi succede che dopo diversi mesi di storia a distanza, per una serie di circostanze il suddetto fidanzato viene ad abitare con te. E tu sei così felice e romantica e vai in brodo di giuggiole.
Fino a quando ti rendi conto che devi trovare una soluzione al problema forestale. Le prime settimane ci provi eh, con impegno pure; dopo poco, però, capisci che non ce la puoi fare tra ricrescite e peli incarniti e reincarnazioni di antenati dei peli che avevi a dieci anni e bubboni e schifezze varie.
E rinunci. vergognandoti come una ladra, ma rinunci. Questa è la verità.
E lui, come la prende?
Lui non fa una piega. Lo stronzo. Per mesi sei IMPAZZITA per far combaciare tutto e mostrarti non dico perfetta ma quasi e scopri solo ora che sei al limite della sopportazione che tutti i tuoi sforzi non servivano a niente. Vai bella, se ti piace spalare la neve al Polo Nord, chi te lo impedisce.
"Amore no dai non mi toccare le gambe, ho i peli..."
"Ma che me ne frega dei peliiii!!! Ma poi dove li vedi?! Tsk...e comunque tu sei bellissima in qualunque modo..." occhi da gattomorto inclusi.
E NO, SERPE MALEFICA, COME MINIMO MI DEVI DARE UN PO' DI SODDISFAZIONE DICENDO CHE TRA ME E TEDDY BEAR E' PIU' SEXY LUI!
Ho sprecato energie, tempo, dolore, posizioni improbabili, sudore, soldi...ho anche permesso a quella cretina dell'estetista di prendermi per il culo...adesso ti faccio vedere io, me li faccio crescere fino a poterli usare per legarci degli oggetti e usarli al posto delle tasche.
Ti ritrovi a raccontarlo all'estetista che commenta dicendo "Sì è vero, ai maschi importa poco dei peli."
Soffochi la voglia di gridarle: "AUTOGOALLLLL!" e di fuggire in strada mezza nuda, con una gamba perfettamente liscia e un'altra ricoperta da un sottile tappeto erboso.
sabato 24 dicembre 2011
Canto di Natale di Paperino.
Sono arrivata in FranciabarraSvizzera (dico sempre così perché siamo al confine) due giorni fa, nella confusione mentale più spinta degli ultimi vent'anni. Mi spiego meglio.
Il giorno prima della partenza sono andata a ritirare un chilo e duecento grammi di costosissimi tortellini fatti a mano, espressamente richiesti all'incirca un mese fa da mia madre per il pranzo di Natale.
"Mi raccomando visto che parti domani conservali al fresco, tipo in terrazza, poi attenta a non capovolgere la scatola non inclinarla non sballottarla curali amali sii ossequiosa nei loro confronti prima di mangiarli e digeriscili con classe", queste più o meno le parole della sfoglina autrice di cotanta opera culinaria. Un tortellino è per sempre, mi vien da dire. Altro che i De Beers.
Insomma le sante reliquie sono state adagiate sul davanzale della finestra dove hanno riposato un giorno e una notte prima di essere portate alla volta della FranciabarraSvizzera.
Volo con scalo: Bologna-Roma, Roma-Ginevra. Primo volo: ore 7.10. Orario comodo, se la sera prima sei andato a dormire alle 19.30; sveglia alle cinque per essere in aeroporto alle sei.
Ora, non so se sia stata la stanchezza, la fretta, l'attesa, un'ossigenazione cerebrale insufficiente, la vita che è come una scatola di cioccolatini, non lo so fatto sta che mentre percorrevo la scaletta che mi avrebbe condotto all'aereo che da Roma sarebbe andato a Ginevra, nefasta illuminazione: PERCHE' HO UNA MANO LIBERA?
Tragedia.
I TORTELLINIIIII LLINIIII INIII NIIII IIII..................
Manifesto affisso davanti agli occhi: SONO UN'IMBECILLE
In alternativa: MIA MADRE CI RIMARRA' MALISSIMO
Oppure: 40 EURO NEL WATER
O ancora: NO TORTELLINI, NO CHRISTMAS.
Perché sapete, quelli non erano solo tortellini, erano I TORTELLINI.
"Hai ordinato i tortellini?"
"Sì mamma li ho ordinati, stai tranquilla!"
"Eh. Ricordati di ritirarli poi!"
"Mamma ogni volta con 'sti tortellini che da portare in viaggio sono una rottura di palle."
"Eh per una cosa che ho chiesto devi fare storie e che cos'è ma è uno schifo con tutto quello che si fa per te e che cavolo ecc ecc."
Non so se mi spiego: con la mia dimenticanza è un po' come se avessi bruciato la bandiera della pace in pubblica piazza.
Credo seriamente che nel realizzare di averli lasciati sull'autobus avessi la stessa faccia di uno a cui hanno appena dato un pugno nello stomaco.
Ho preso posto sull'aereo, il sedile mi sembrava fatto di ceci. Ero sul punto di lasciarmi ufficialmente andare alla disperazione quando lo steward mi ha regalato speranza.
L'ho guardato con un'espressione che neanche mi trovassi in chiesa a chiedere l'elemosina.
"Scusi, mi è appena venuto in mente che ho dimenticato una cosa sull'autobus..."
"Ah, adesso vediamo che possiamo fare, non si preoccupi."
"Grazie mille."
Nell'attesa ho mandato una decina di messaggi alla mamma (in parte anche per darle il tempo di sbollire il nervosismo per la notizia) pregandola di non rimanerci troppo male perché proprio non avrei voluto e non so come sia potuto succedere e sono proprio una cretina e mi dispiace e sono mortificata ecc. ecc.
Risposta: OK.
Pensandoci, credo che andasse letta al contrario: KO.
"Abbiamo chiamato l'autista, stiamo controllando eh?"
"Ok la ringrazio, è gentilissimo."
Alimentata da nuova speranza come un uccellino appena nato. Appunto, non era speranza, era un verme.
"Signorina non c'è niente sull'autobus, mi dispiace."
"...ah...ok...grazie, non importa."
"No mi dispiace, magari era un regalo..."
Non lo so, se al posto del dito ci vuoi mettere una gamba intera nella piaga, fai pure eh.
"Sì guardi ma non fa niente, grazie per il tentativo."
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ma com'è possibile? Non è possibile, è ovvio, visto che li avevo dimenticati sul primo autobus, quello che dall'aereo proveniente da Bologna ci ha scaricati alla zona dei transiti internazionali consentendoci di raggiungere il secondo autobus e di conseguenza il secondo imbarco.
Bene, brava, BIS.
Arrivata a Ginevra avrei preferito mandare avanti il mio zaino perché incontrasse lui per primo mia madre e mia sorella, che nel vedermi si sono comportate come se l'incidente diplomatico non si fosse mai verificato. Adorabili.
Hanno rimediato riempiendomi successivamente di battutine alle quali non mi è parso il caso di replicare.
Dulcis in fundo, a casa dei miei ho cercato per una ventina di minuti il cellulare che avevo lasciato in macchina.
Non so a chi ho affittato il cervello, per intenderci.
Buon Natale a tutti. Vi voglio bene!
Il giorno prima della partenza sono andata a ritirare un chilo e duecento grammi di costosissimi tortellini fatti a mano, espressamente richiesti all'incirca un mese fa da mia madre per il pranzo di Natale.
"Mi raccomando visto che parti domani conservali al fresco, tipo in terrazza, poi attenta a non capovolgere la scatola non inclinarla non sballottarla curali amali sii ossequiosa nei loro confronti prima di mangiarli e digeriscili con classe", queste più o meno le parole della sfoglina autrice di cotanta opera culinaria. Un tortellino è per sempre, mi vien da dire. Altro che i De Beers.
Insomma le sante reliquie sono state adagiate sul davanzale della finestra dove hanno riposato un giorno e una notte prima di essere portate alla volta della FranciabarraSvizzera.
Volo con scalo: Bologna-Roma, Roma-Ginevra. Primo volo: ore 7.10. Orario comodo, se la sera prima sei andato a dormire alle 19.30; sveglia alle cinque per essere in aeroporto alle sei.
Ora, non so se sia stata la stanchezza, la fretta, l'attesa, un'ossigenazione cerebrale insufficiente, la vita che è come una scatola di cioccolatini, non lo so fatto sta che mentre percorrevo la scaletta che mi avrebbe condotto all'aereo che da Roma sarebbe andato a Ginevra, nefasta illuminazione: PERCHE' HO UNA MANO LIBERA?
Tragedia.
I TORTELLINIIIII LLINIIII INIII NIIII IIII..................
Manifesto affisso davanti agli occhi: SONO UN'IMBECILLE
In alternativa: MIA MADRE CI RIMARRA' MALISSIMO
Oppure: 40 EURO NEL WATER
O ancora: NO TORTELLINI, NO CHRISTMAS.
Perché sapete, quelli non erano solo tortellini, erano I TORTELLINI.
"Hai ordinato i tortellini?"
"Sì mamma li ho ordinati, stai tranquilla!"
"Eh. Ricordati di ritirarli poi!"
"Mamma ogni volta con 'sti tortellini che da portare in viaggio sono una rottura di palle."
"Eh per una cosa che ho chiesto devi fare storie e che cos'è ma è uno schifo con tutto quello che si fa per te e che cavolo ecc ecc."
Non so se mi spiego: con la mia dimenticanza è un po' come se avessi bruciato la bandiera della pace in pubblica piazza.
Credo seriamente che nel realizzare di averli lasciati sull'autobus avessi la stessa faccia di uno a cui hanno appena dato un pugno nello stomaco.
Ho preso posto sull'aereo, il sedile mi sembrava fatto di ceci. Ero sul punto di lasciarmi ufficialmente andare alla disperazione quando lo steward mi ha regalato speranza.
L'ho guardato con un'espressione che neanche mi trovassi in chiesa a chiedere l'elemosina.
"Scusi, mi è appena venuto in mente che ho dimenticato una cosa sull'autobus..."
"Ah, adesso vediamo che possiamo fare, non si preoccupi."
"Grazie mille."
Nell'attesa ho mandato una decina di messaggi alla mamma (in parte anche per darle il tempo di sbollire il nervosismo per la notizia) pregandola di non rimanerci troppo male perché proprio non avrei voluto e non so come sia potuto succedere e sono proprio una cretina e mi dispiace e sono mortificata ecc. ecc.
Risposta: OK.
Pensandoci, credo che andasse letta al contrario: KO.
"Abbiamo chiamato l'autista, stiamo controllando eh?"
"Ok la ringrazio, è gentilissimo."
Alimentata da nuova speranza come un uccellino appena nato. Appunto, non era speranza, era un verme.
"Signorina non c'è niente sull'autobus, mi dispiace."
"...ah...ok...grazie, non importa."
"No mi dispiace, magari era un regalo..."
Non lo so, se al posto del dito ci vuoi mettere una gamba intera nella piaga, fai pure eh.
"Sì guardi ma non fa niente, grazie per il tentativo."
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ma com'è possibile? Non è possibile, è ovvio, visto che li avevo dimenticati sul primo autobus, quello che dall'aereo proveniente da Bologna ci ha scaricati alla zona dei transiti internazionali consentendoci di raggiungere il secondo autobus e di conseguenza il secondo imbarco.
Bene, brava, BIS.
Arrivata a Ginevra avrei preferito mandare avanti il mio zaino perché incontrasse lui per primo mia madre e mia sorella, che nel vedermi si sono comportate come se l'incidente diplomatico non si fosse mai verificato. Adorabili.
Hanno rimediato riempiendomi successivamente di battutine alle quali non mi è parso il caso di replicare.
Dulcis in fundo, a casa dei miei ho cercato per una ventina di minuti il cellulare che avevo lasciato in macchina.
Non so a chi ho affittato il cervello, per intenderci.
Buon Natale a tutti. Vi voglio bene!
mercoledì 14 dicembre 2011
Dell'Umana Commedia.
Nel tuo girone personale
prendi dentro anche me;
non per restarci
ma per venirne fuori
trascinandoti con me.
prendi dentro anche me;
non per restarci
ma per venirne fuori
trascinandoti con me.
mercoledì 7 dicembre 2011
Dis-ordinaria quotidianità.
"Hai visto esattamente dov'è? Ci sai arrivare?"
Annuisce e dice: "Tranquilla, cE penso io."
Brividi lungo la schiena.
Accendi il tuo bollitore interno e sei già pronta a borbottare, fischiare, esplodere come una pentola a pressione.
Dice che lo sa e poi vagate, vagate, vagate...lui ride-scherza-la serenità personificata. Tu speri solo che abbia la solita botta di culo, che in altro modo non si può chiamare, e che trovi il famigerato luogo che state cercando.
Ciononostante, quella mattina decidi di non replicare e lasciarti stupire. Sì, tutto sommato è domenica...slow living please. Chi te la fa fare d'incazzarti nel giorno del Signore. Poi s'offende.
Uscite di casa -le chiavi ce le ho io ce le hai tu vabbè purché qualcuno chiuda - e vi incamminate verso l'automobilina che vi condurrà (speri) al magnifico centro commerciale dove avete intenzione di comprare questo mondo e anche quell'altro. A come pagarli ci penserete dopo, visto che i contanti farebbero meglio a chiamarsi conpochi, piuttosto che insistere con manie di grandezza francamente irrealistiche.
E insomma cincischiate e tubate come tortorelle mentre imboccate la via in cui la macchinina vi attende, ansiosa di portarvi verso l'infinito e oltre...
"Non c'è."
"Come non c'è?"
"Eh, non c'è."
Rimossa neanche mezz'ora prima e per la seconda volta in un mese e mezzo. Record del mondo, probabilmente. Anzi no. Senza dubbio.
La prima volta c'era la pulizia della strada, stavolta un bel divieto di sosta.
#@/&%#!$#&%"%?#@&%$!
Spazio all'immaginazione.
Per chi preferisce i puntini, eccoli.
..........................
In questo momento tu non sai bene che fare, se non offrire una faccia contrita e unirti al turpiloquio con grande enfasi. In questo modo vi caricate a vicenda tra cazzi, mazzi e stronzi vari, dal vigile che ha fatto la multa al residente che deve aver chiamato il carroattrezzi.
Prendete un taxi per andare a recuperare il quattroruote al deposito, e durante il tragitto rimanete in religioso silenzio per non turbare il povero tassista, consci del fatto che in quel momento sareste capaci solo di continuare a inveire contro tutto e tutti.
Infatti riprendete- esattamente da dove avevate iniziato- appena arrivati a destinazione.
La piccola è là, sola e infreddolita. E lurida, ma questo non c'entra niente.
Rimettete su strada il mezzo, alla modica cifra di centoquaranta euro + IVA (Ira, Vergogna, Angoscia).
Il tuo compito a questo punto è sdrammatizzare per consolare la tortora dalle ali spezzate che hai a fianco.
"Bè, l'altra volta è andata peggio no?"
(Centosettanta euro)
"Eh infatti. Che culo."
Scegli nuovamente il religioso silenzio di cui sopra, considerato che le tue capacità dialettiche pare siano state rimosse anche loro.
Ti concedi di annoiarti per un paio di minuti.
"Dobbiamo mettere benzina. E' in riserva già da un po'."
Meno male oh,avevo proprio bisogno di un po' di suspence. Riusciranno i nostri eroi a evitare di spingere e arrivare a quel fottutissimo centro commerciale?
"Siamo in città, lo troviamo subito un benzinaio."
Ora, io non vorrei, proprio non vorrei cadere nella banalità delle ultime parole famose.
L'uso del condizionale non è casuale.
"Oh ma pare che cE sta 'na fatina che quando passiamo noi fa sparire tutte le stazioni di servizio, è incredibile."
In lontananza vedete pompe di benzina pronte a nutrire il vostro bolide, ma poi non si sa bene quali assurde circonvoluzioni facciate per perderle di vista. Tu abiti lì da SETTE anni eppure non hai la più pallida idea di dove si debba andare. D'altra parte, in macchina ci sarai stata dieci volte in sette anni e non guidavi neanche.
Aprire una parentesi sul tuo senso dell'orientamento non conviene, perché non si tratterebbe di una parentesi ma di una paresi. Spazio-temporale.
La Peugeot non vi tradisce, comunque, e dopo km e km di labirintici auto-avvolgimenti riuscite ad abbeverarla e a ricominciare a usare il suo novello carburante per i vostri giri non-sense, alla disperata ricerca della strada di casa.
Condividete sorrisi stanchi, e del centro commerciale non se ne parla più.
Il nuovo miraggio ha la forma di un divano che forse riuscirete a raggiungere prima che volgiate a termine anche voi insieme alla giornata.
Annuisce e dice: "Tranquilla, cE penso io."
Brividi lungo la schiena.
Accendi il tuo bollitore interno e sei già pronta a borbottare, fischiare, esplodere come una pentola a pressione.
Dice che lo sa e poi vagate, vagate, vagate...lui ride-scherza-la serenità personificata. Tu speri solo che abbia la solita botta di culo, che in altro modo non si può chiamare, e che trovi il famigerato luogo che state cercando.
Ciononostante, quella mattina decidi di non replicare e lasciarti stupire. Sì, tutto sommato è domenica...slow living please. Chi te la fa fare d'incazzarti nel giorno del Signore. Poi s'offende.
Uscite di casa -le chiavi ce le ho io ce le hai tu vabbè purché qualcuno chiuda - e vi incamminate verso l'automobilina che vi condurrà (speri) al magnifico centro commerciale dove avete intenzione di comprare questo mondo e anche quell'altro. A come pagarli ci penserete dopo, visto che i contanti farebbero meglio a chiamarsi conpochi, piuttosto che insistere con manie di grandezza francamente irrealistiche.
E insomma cincischiate e tubate come tortorelle mentre imboccate la via in cui la macchinina vi attende, ansiosa di portarvi verso l'infinito e oltre...
"Non c'è."
"Come non c'è?"
"Eh, non c'è."
Rimossa neanche mezz'ora prima e per la seconda volta in un mese e mezzo. Record del mondo, probabilmente. Anzi no. Senza dubbio.
La prima volta c'era la pulizia della strada, stavolta un bel divieto di sosta.
#@/&%#!$#&%"%?#@&%$!
Spazio all'immaginazione.
Per chi preferisce i puntini, eccoli.
..........................
In questo momento tu non sai bene che fare, se non offrire una faccia contrita e unirti al turpiloquio con grande enfasi. In questo modo vi caricate a vicenda tra cazzi, mazzi e stronzi vari, dal vigile che ha fatto la multa al residente che deve aver chiamato il carroattrezzi.
Prendete un taxi per andare a recuperare il quattroruote al deposito, e durante il tragitto rimanete in religioso silenzio per non turbare il povero tassista, consci del fatto che in quel momento sareste capaci solo di continuare a inveire contro tutto e tutti.
Infatti riprendete- esattamente da dove avevate iniziato- appena arrivati a destinazione.
La piccola è là, sola e infreddolita. E lurida, ma questo non c'entra niente.
Rimettete su strada il mezzo, alla modica cifra di centoquaranta euro + IVA (Ira, Vergogna, Angoscia).
Il tuo compito a questo punto è sdrammatizzare per consolare la tortora dalle ali spezzate che hai a fianco.
"Bè, l'altra volta è andata peggio no?"
(Centosettanta euro)
"Eh infatti. Che culo."
Scegli nuovamente il religioso silenzio di cui sopra, considerato che le tue capacità dialettiche pare siano state rimosse anche loro.
Ti concedi di annoiarti per un paio di minuti.
"Dobbiamo mettere benzina. E' in riserva già da un po'."
Meno male oh,avevo proprio bisogno di un po' di suspence. Riusciranno i nostri eroi a evitare di spingere e arrivare a quel fottutissimo centro commerciale?
"Siamo in città, lo troviamo subito un benzinaio."
Ora, io non vorrei, proprio non vorrei cadere nella banalità delle ultime parole famose.
L'uso del condizionale non è casuale.
"Oh ma pare che cE sta 'na fatina che quando passiamo noi fa sparire tutte le stazioni di servizio, è incredibile."
In lontananza vedete pompe di benzina pronte a nutrire il vostro bolide, ma poi non si sa bene quali assurde circonvoluzioni facciate per perderle di vista. Tu abiti lì da SETTE anni eppure non hai la più pallida idea di dove si debba andare. D'altra parte, in macchina ci sarai stata dieci volte in sette anni e non guidavi neanche.
Aprire una parentesi sul tuo senso dell'orientamento non conviene, perché non si tratterebbe di una parentesi ma di una paresi. Spazio-temporale.
La Peugeot non vi tradisce, comunque, e dopo km e km di labirintici auto-avvolgimenti riuscite ad abbeverarla e a ricominciare a usare il suo novello carburante per i vostri giri non-sense, alla disperata ricerca della strada di casa.
Condividete sorrisi stanchi, e del centro commerciale non se ne parla più.
Il nuovo miraggio ha la forma di un divano che forse riuscirete a raggiungere prima che volgiate a termine anche voi insieme alla giornata.
martedì 29 novembre 2011
Oltre alle gambe c'è di più.
Te ne accorgi quando arriva la Sindrome dell'Abbandono, quando inizi a rimuginare su particolari insignificanti, anzi no, inesistenti.
"Non mi ha detto che mi ha pensato tanto oggi"
"Mmm, si comporta in modo strano"
"Non è stanco, sta cercando di evitarmi"
"Una mattinata intera senza un messaggino? C'è qualcosa che non va"
"Non è vero che non ha capito, non mi sta ascoltando. Che stronzo"
Quindici secondi dopo aver formulato l'insano pensiero, la res cogitans tira il freno a mano per dire "ALT! Ci risiamo. Datti una calmata, stai vaneggiando più del solito. Sono gli ormoni. Rompono i coglioni una volta al mese da tredici anni, perchè non ti ci abitui?!"
Perciò tu lo sai che sono LORO, i maledetti, però t'incazzi come una belva quando la gente (e in modo particolare il tuo ragazzo, lui lo sgozzeresti proprio, quando te lo dice) risponde al tuo nervosismo ingiustificato chiedendoti: "Hai le mestruazioni per caso?"
La replica immediata è, intonata a volume spropositato tanto per non dare ulteriori conferme all'interlocutore:"CHE C'ENTRANO LE MESTRUAZIONI?! SEMPRE CON LA STESSA STORIA! QUANDO NON SAI CHE DIRE TIRI FUORI 'STE CAZZATE!".
Sì, infatti.
A quel punto te ne vai con un motore a scoppio nel cervello e le sopracciglia increspate. Sembri un fumetto demenziale e lo sai. Anche per questo, forse, nel giro di tre minuti ti sgonfi come un palloncino vecchio. La differenza rispetto all'esordio, però, è che adesso un motivo per rimuginare ce l'hai veramente, visto che ti sei comportata come un chihuahua isterico e il povero cristo che ha avuto la fortuna di beccarti nel momento migliore, adesso di te ne ha le scatole piene.
Questo ragionamento ti mortifica definitivamente. Ti scende una tristezza che neanche dovessi portare sulle spalle tutti i mali del mondo. A salvaguardia della tua moribonda dignità interviene ancora una volta la vocina coscienziosa:"Ehi, di emozioni fondamentali ne abbiamo sei: gioia, disgusto, paura, rabbia, sorpresa, tristezza. Dobbiamo passare per tutte, o visto che due ce le siamo già giocate possiamo optare direttamente per la prima, adesso, prima che la tua vita sociale sia rovinosamente compromessa?"
La risposta chiaramente è NO.
Ti trascini come una biscia dal ragazzo, amica/o, familiare su cui hai infierito e non trovi niente di meglio da fare che commuoverti. Sbrodoli come una lumaca. Sei moscia come una lumaca senza guscio. Rincari la dose facendo la voce da bambina cretina (se hai a che fare col tuo ragazzo o con la mamma, con gli altri tenti di contenerti ma il tuo sguardo da triglia lessa è quasi peggiore) iscrivendoti ufficialmente all'Albo dei Patetici.
La persona che hai di fronte ti vuole molto bene, ti conosce anche di più e sa che normalmente sei abbastanza in asse, per quanto la tua dote migliore non sia sicuramente l'autocontrollo.
Ti dice "Ok, non ti preoccupare, non mi sono mica arrabbiato" e nel frattempo pensa a quanto gli fai pena (questo lo pensa solo se è un uomo, perchè le donne conoscono benissimo quella sensazione di furore che ti scatta prima e durante il sanguinolento periodo).
Se sei fortunata azzarderà anche un abbraccio, ma ricordatelo bene, non è amore. E' compassione.
Quasi sicuramente da allora in avanti il soggetto in questione non oserà contraddirti neanche se ti verrà in mente di dirgli che hai visto il tuo gatto trasformarsi in uno scoiattolo volante. Quando succederà dovrai riconoscergli quantomeno un'incontenibile voglia di vivere, o sopravvivere, dal momento che starà cercando in tutti i modi di non farsi sbranare da te.
Ecco, tutto questo per precisare che in tempo di mestruazioni la democrazia non esiste. Al contrario, vige una dittatura contrastabile con un unico mezzo: la resistenza.
Come si dice, cicli e ricicli storici, giusto?
"Non mi ha detto che mi ha pensato tanto oggi"
"Mmm, si comporta in modo strano"
"Non è stanco, sta cercando di evitarmi"
"Una mattinata intera senza un messaggino? C'è qualcosa che non va"
"Non è vero che non ha capito, non mi sta ascoltando. Che stronzo"
Quindici secondi dopo aver formulato l'insano pensiero, la res cogitans tira il freno a mano per dire "ALT! Ci risiamo. Datti una calmata, stai vaneggiando più del solito. Sono gli ormoni. Rompono i coglioni una volta al mese da tredici anni, perchè non ti ci abitui?!"
Perciò tu lo sai che sono LORO, i maledetti, però t'incazzi come una belva quando la gente (e in modo particolare il tuo ragazzo, lui lo sgozzeresti proprio, quando te lo dice) risponde al tuo nervosismo ingiustificato chiedendoti: "Hai le mestruazioni per caso?"
La replica immediata è, intonata a volume spropositato tanto per non dare ulteriori conferme all'interlocutore:"CHE C'ENTRANO LE MESTRUAZIONI?! SEMPRE CON LA STESSA STORIA! QUANDO NON SAI CHE DIRE TIRI FUORI 'STE CAZZATE!".
Sì, infatti.
A quel punto te ne vai con un motore a scoppio nel cervello e le sopracciglia increspate. Sembri un fumetto demenziale e lo sai. Anche per questo, forse, nel giro di tre minuti ti sgonfi come un palloncino vecchio. La differenza rispetto all'esordio, però, è che adesso un motivo per rimuginare ce l'hai veramente, visto che ti sei comportata come un chihuahua isterico e il povero cristo che ha avuto la fortuna di beccarti nel momento migliore, adesso di te ne ha le scatole piene.
Questo ragionamento ti mortifica definitivamente. Ti scende una tristezza che neanche dovessi portare sulle spalle tutti i mali del mondo. A salvaguardia della tua moribonda dignità interviene ancora una volta la vocina coscienziosa:"Ehi, di emozioni fondamentali ne abbiamo sei: gioia, disgusto, paura, rabbia, sorpresa, tristezza. Dobbiamo passare per tutte, o visto che due ce le siamo già giocate possiamo optare direttamente per la prima, adesso, prima che la tua vita sociale sia rovinosamente compromessa?"
La risposta chiaramente è NO.
Ti trascini come una biscia dal ragazzo, amica/o, familiare su cui hai infierito e non trovi niente di meglio da fare che commuoverti. Sbrodoli come una lumaca. Sei moscia come una lumaca senza guscio. Rincari la dose facendo la voce da bambina cretina (se hai a che fare col tuo ragazzo o con la mamma, con gli altri tenti di contenerti ma il tuo sguardo da triglia lessa è quasi peggiore) iscrivendoti ufficialmente all'Albo dei Patetici.
La persona che hai di fronte ti vuole molto bene, ti conosce anche di più e sa che normalmente sei abbastanza in asse, per quanto la tua dote migliore non sia sicuramente l'autocontrollo.
Ti dice "Ok, non ti preoccupare, non mi sono mica arrabbiato" e nel frattempo pensa a quanto gli fai pena (questo lo pensa solo se è un uomo, perchè le donne conoscono benissimo quella sensazione di furore che ti scatta prima e durante il sanguinolento periodo).
Se sei fortunata azzarderà anche un abbraccio, ma ricordatelo bene, non è amore. E' compassione.
Quasi sicuramente da allora in avanti il soggetto in questione non oserà contraddirti neanche se ti verrà in mente di dirgli che hai visto il tuo gatto trasformarsi in uno scoiattolo volante. Quando succederà dovrai riconoscergli quantomeno un'incontenibile voglia di vivere, o sopravvivere, dal momento che starà cercando in tutti i modi di non farsi sbranare da te.
Ecco, tutto questo per precisare che in tempo di mestruazioni la democrazia non esiste. Al contrario, vige una dittatura contrastabile con un unico mezzo: la resistenza.
Come si dice, cicli e ricicli storici, giusto?
venerdì 25 novembre 2011
Nell'epoca insalubre
Nell'epoca insalubre
delle promesse disattese
ho un Io vanaglorioso
da tenere a bada.
Pare sia normale
costruire il futuro con mattoni di gesso.
Tu preferisci usarli per scrivere il tuo dissenso
sulle pareti ipotetiche
della tua vita.
Guardi la polvere che ti rimane addosso
incollata ai polmoni e alle dita
è come borotalco,
meno dolce.
Concludi sconsolato
in questo mondo
l'apparenza inganna
il più delle volte
anche me.
delle promesse disattese
ho un Io vanaglorioso
da tenere a bada.
Pare sia normale
costruire il futuro con mattoni di gesso.
Tu preferisci usarli per scrivere il tuo dissenso
sulle pareti ipotetiche
della tua vita.
Guardi la polvere che ti rimane addosso
incollata ai polmoni e alle dita
è come borotalco,
meno dolce.
Concludi sconsolato
in questo mondo
l'apparenza inganna
il più delle volte
anche me.
martedì 22 novembre 2011
J'accuse.
La rabbia sale specialmente quando cammino su strade che conosco alla perfezione, quando non ho bisogno di prestare attenzione al mio percorso. Succede quasi ogni mattina.
La rabbia è un'emozione corrosiva, ti scava buchi dentro che poi ti metti a riempire con quello che di bello ti capita nel corso della giornata. E di bello c'è sempre qualcosa, non è questo il punto. Il fatto è che le toppe si vedono e raramente il prodotto finale è migliore di quello iniziale.
Scrivo queste parole perchè ho venticinque anni e almeno il doppio di sogni. Un anno fa erano il triplo.
Scrivo perchè lì dove muoiono i sogni ci sono i buchi. E scrivo anche perchè oggi sono costretta ad arrabattarmi perchè non se ne facciano altri e passo il mio tempo a tappare quelli che ci sono già.
Eppure sono giovane, libera, amata, piena d'interessi. Fortunata, in una parola. Come me, tanti amici e amiche che condividono altri pezzi di una buona stella che ringraziamo ogni giorno, perchè non siamo degli ingrati nè degli stupidi.
Ma chi crede che quello che abbiamo sia sufficiente, si sbaglia. Basta un solo nemico a svalutare il nostro ricco bottino. Si tratta di un nemico che si maschera dietro facce sorridenti e falsamente bendisposte, dietro le bugie di un sistema che si riempie la bocca di paroloni dei quali non conosce il significato. Il nostro nemico si chiama Povertà di Orizzonti.
Lasciamo correre un po' la fantasia. Immaginate il Sole senza l'orizzonte. Avrebbe senso? Eppure il sole è pieno di energia, dà calore, è estremamente luminoso, indipendentemente dal resto. Ma il Sole senza un cielo e un orizzonte è niente.
Torniamo alla realtà, a quella dei famosi "giovani d'oggi". Se ne dicono di ogni.
"I giovani d'oggi non hanno voglia di fare niente."
"I giovani d'oggi pretendono troppo."
"I giovani d'oggi hanno troppo e non sanno cosa vuol dire guadagnarsi il pane."
"I giovani d'oggi non hanno più valori."
"I giovani d'oggi non hanno obiettivi."
"I giovani d'oggi sanno solo lamentarsi ma poi non fanno niente per cambiare le cose."
Una marea di minchiate.
Esiste una forza che spinge le persone di qualunque età, una forza che si chiama MOTIVAZIONE. A Psicologia ti insegnano quanto è importante, quanto sia difficile andare avanti senza. T'insegnano anche cosa riesce a motivare le persone: la considerazione, il rispetto, l'equità, la soddisfazione, la percezione di utilità per se stessi e per gli altri, i riconoscimenti. E tante altre belle cose.
Teniamolo bene a mente, quando spariamo a zero.
Prendiamo il giovane tipo italiano, quello che ha avuto la fortuna non da poco di crescere in un ambiente equilibrato, che ha completato gli studi superiori e si è iscritto all'università. Può darsi che abbia perso una sessione d'esami, anche due, ma è una persona che ha voglia di fare e lo fa. Ce ne sono milioni, di persone così. Studenti di qualunque facoltà.
Lasciamolo qualche anno a rendersi conto di dove sia finito.
Diamogli il tempo di accorgersi che le gerarchie non hanno la funzione di permettere la trasmissione dei saperi dai più anziani ai più giovani ma vengono utilizzate per stabilire dei confini netti e distinguere tra privilegiati e non. Lasciamolo per settimane a cercare di rintracciare un professore per e-mail o al ricevimento settimanale.
Guardiamolo mentre legge la prima di una serie di risposte sgarbate ed evasive. Accompagniamolo agli esami, dove il figlio di Mazinga prende trenta senza spiccicare quasi parola.
Nel frattempo diciamogli anche che quella bellissima ricerca alla quale avrebbe voluto partecipare non si farà, perchè mancano i soldi che non si sa che fine abbiano fatto, perchè una volta c'erano.
Insegniamogli tanta di quella teoria da riempirci un'enciclopedia, ma non pensiamoci neanche a fargli fare qualcosa di pratico e lasciamo tutto in mano ai settantenni. Tanto un medico mica ha bisogno di imparare il suo mestiere. Facciamogli inventare di sana pianta una tesi perchè i relatori non hanno il tempo di seguire i loro laureandi e anche perchè "la tesi non la legge nessuno". Impediamogli di parlare, perchè il coltello dalla parte del manico non ce l'ha e nonostante tutto lui ha ancora voglia di laurearsi. E se parla, diciamogli che la sua è polemica sterile.
Osserviamolo sorridere il giorno della discussione.
Mandiamolo a fare praticantato o tirocinio per l'iscrizione all'Albo, oppure mandiamolo direttamente alla ricerca di un lavoro.
Nel primo caso coloriamo i siti degli Ordini di regolamenti su come i tirocini professionalizzanti dovrebbero essere, e poi facciamo esattamente il contrario di ciò che abbiamo formalmente istituito:
-Diamogli dei compiti che anche un invertebrato sarebbe in grado di fare
-Lasciamolo delle ore a fare niente
-Non spieghiamogli perchè deve svolgere certe attività, nè quando nè come
-Teniamolo in azienda, in ufficio o in ospedale il doppio delle ore in cui dovrebbe essere presente
-Parliamo a voce bassa in sua presenza quando non vogliamo che ascolti le nostre conversazioni
-Evitiamo di ricompensarlo anche quando fa qualcosa di buono.
Nel secondo caso, invece, diamogli un lavoro malretribuito, magari lontano dalle sue aspettative, stipuliamo un contratto a tempo oppure facciamolo lavorare in nero. Diciamogli anche che è fortunato, perchè con la crisi lavoro non ce n'è. Se è donna, al colloquio chiediamole se ha intenzione di fare dei figli. Se l'assumiamo, facciamo in modo che il suo stipendio sia inferiore a quello medio degli uomini.
In ogni caso, alla sua frustrazione rispondiamo col solito: "E' così ovunque, è la gavetta." Non serve, per consolarlo, credeva che gavetta fosse lavorare tanto, anche senza retribuzione, ma ricevere in cambio esperienza e competenze.
Dovrà rivedere un'altra delle sue convinzioni. L'ennesima.
Lasciamolo quindi a ribollire di rabbia e di sogni mancati.
Invitiamolo a tenere la testa bassa, a guardare a terra e a dimenticare quell'orizzonte che prima distingueva benissimo.
Ogni tanto ricordiamogli che la motivazione nella vita è fondamentale. Prendiamolo per il culo, forse a un certo punto comincerà a piacergli.
...
Già ti ci vedo, a leggere le mie parole. Ti sembreranno estreme, forse ti ricorderanno una litania e penserai di me quello che ti fa comodo pensare: che ognuno ha quello che si merita, e che non a tutti succede quello che ho raccontato.
E' vero, non succede a tutti. Poco importa. A me basta che succeda a molti.
E ti dirò di più
So di non meritarlo
so che mi difenderò fino all'ultimo
perchè io riesca a concedere al mondo
quanto di buono ho imparato
quello che so fare
quello che ho da dire
e combatterò anche perchè tu
possa dire la tua.
Tu che sei la goccia nell'oceano
quella che ci crede
in me, in te e in noi
non ti lascerò sprofondare con loro.
Non permetterò a nessuno
di farmi rinunciare alla mia intelligenza
lotterò anche per la tua
noi
non diventeremo come te
venduto alla disillusione.
Non lo faremo
perchè noi siamo Poveri di Orizzonti
ma voi non sarete mai ricchi come noi.
Noi siamo I GIOVANI D'OGGI.
La rabbia è un'emozione corrosiva, ti scava buchi dentro che poi ti metti a riempire con quello che di bello ti capita nel corso della giornata. E di bello c'è sempre qualcosa, non è questo il punto. Il fatto è che le toppe si vedono e raramente il prodotto finale è migliore di quello iniziale.
Scrivo queste parole perchè ho venticinque anni e almeno il doppio di sogni. Un anno fa erano il triplo.
Scrivo perchè lì dove muoiono i sogni ci sono i buchi. E scrivo anche perchè oggi sono costretta ad arrabattarmi perchè non se ne facciano altri e passo il mio tempo a tappare quelli che ci sono già.
Eppure sono giovane, libera, amata, piena d'interessi. Fortunata, in una parola. Come me, tanti amici e amiche che condividono altri pezzi di una buona stella che ringraziamo ogni giorno, perchè non siamo degli ingrati nè degli stupidi.
Ma chi crede che quello che abbiamo sia sufficiente, si sbaglia. Basta un solo nemico a svalutare il nostro ricco bottino. Si tratta di un nemico che si maschera dietro facce sorridenti e falsamente bendisposte, dietro le bugie di un sistema che si riempie la bocca di paroloni dei quali non conosce il significato. Il nostro nemico si chiama Povertà di Orizzonti.
Lasciamo correre un po' la fantasia. Immaginate il Sole senza l'orizzonte. Avrebbe senso? Eppure il sole è pieno di energia, dà calore, è estremamente luminoso, indipendentemente dal resto. Ma il Sole senza un cielo e un orizzonte è niente.
Torniamo alla realtà, a quella dei famosi "giovani d'oggi". Se ne dicono di ogni.
"I giovani d'oggi non hanno voglia di fare niente."
"I giovani d'oggi pretendono troppo."
"I giovani d'oggi hanno troppo e non sanno cosa vuol dire guadagnarsi il pane."
"I giovani d'oggi non hanno più valori."
"I giovani d'oggi non hanno obiettivi."
"I giovani d'oggi sanno solo lamentarsi ma poi non fanno niente per cambiare le cose."
Una marea di minchiate.
Esiste una forza che spinge le persone di qualunque età, una forza che si chiama MOTIVAZIONE. A Psicologia ti insegnano quanto è importante, quanto sia difficile andare avanti senza. T'insegnano anche cosa riesce a motivare le persone: la considerazione, il rispetto, l'equità, la soddisfazione, la percezione di utilità per se stessi e per gli altri, i riconoscimenti. E tante altre belle cose.
Teniamolo bene a mente, quando spariamo a zero.
Prendiamo il giovane tipo italiano, quello che ha avuto la fortuna non da poco di crescere in un ambiente equilibrato, che ha completato gli studi superiori e si è iscritto all'università. Può darsi che abbia perso una sessione d'esami, anche due, ma è una persona che ha voglia di fare e lo fa. Ce ne sono milioni, di persone così. Studenti di qualunque facoltà.
Lasciamolo qualche anno a rendersi conto di dove sia finito.
Diamogli il tempo di accorgersi che le gerarchie non hanno la funzione di permettere la trasmissione dei saperi dai più anziani ai più giovani ma vengono utilizzate per stabilire dei confini netti e distinguere tra privilegiati e non. Lasciamolo per settimane a cercare di rintracciare un professore per e-mail o al ricevimento settimanale.
Guardiamolo mentre legge la prima di una serie di risposte sgarbate ed evasive. Accompagniamolo agli esami, dove il figlio di Mazinga prende trenta senza spiccicare quasi parola.
Nel frattempo diciamogli anche che quella bellissima ricerca alla quale avrebbe voluto partecipare non si farà, perchè mancano i soldi che non si sa che fine abbiano fatto, perchè una volta c'erano.
Insegniamogli tanta di quella teoria da riempirci un'enciclopedia, ma non pensiamoci neanche a fargli fare qualcosa di pratico e lasciamo tutto in mano ai settantenni. Tanto un medico mica ha bisogno di imparare il suo mestiere. Facciamogli inventare di sana pianta una tesi perchè i relatori non hanno il tempo di seguire i loro laureandi e anche perchè "la tesi non la legge nessuno". Impediamogli di parlare, perchè il coltello dalla parte del manico non ce l'ha e nonostante tutto lui ha ancora voglia di laurearsi. E se parla, diciamogli che la sua è polemica sterile.
Osserviamolo sorridere il giorno della discussione.
Mandiamolo a fare praticantato o tirocinio per l'iscrizione all'Albo, oppure mandiamolo direttamente alla ricerca di un lavoro.
Nel primo caso coloriamo i siti degli Ordini di regolamenti su come i tirocini professionalizzanti dovrebbero essere, e poi facciamo esattamente il contrario di ciò che abbiamo formalmente istituito:
-Diamogli dei compiti che anche un invertebrato sarebbe in grado di fare
-Lasciamolo delle ore a fare niente
-Non spieghiamogli perchè deve svolgere certe attività, nè quando nè come
-Teniamolo in azienda, in ufficio o in ospedale il doppio delle ore in cui dovrebbe essere presente
-Parliamo a voce bassa in sua presenza quando non vogliamo che ascolti le nostre conversazioni
-Evitiamo di ricompensarlo anche quando fa qualcosa di buono.
Nel secondo caso, invece, diamogli un lavoro malretribuito, magari lontano dalle sue aspettative, stipuliamo un contratto a tempo oppure facciamolo lavorare in nero. Diciamogli anche che è fortunato, perchè con la crisi lavoro non ce n'è. Se è donna, al colloquio chiediamole se ha intenzione di fare dei figli. Se l'assumiamo, facciamo in modo che il suo stipendio sia inferiore a quello medio degli uomini.
In ogni caso, alla sua frustrazione rispondiamo col solito: "E' così ovunque, è la gavetta." Non serve, per consolarlo, credeva che gavetta fosse lavorare tanto, anche senza retribuzione, ma ricevere in cambio esperienza e competenze.
Dovrà rivedere un'altra delle sue convinzioni. L'ennesima.
Lasciamolo quindi a ribollire di rabbia e di sogni mancati.
Invitiamolo a tenere la testa bassa, a guardare a terra e a dimenticare quell'orizzonte che prima distingueva benissimo.
Ogni tanto ricordiamogli che la motivazione nella vita è fondamentale. Prendiamolo per il culo, forse a un certo punto comincerà a piacergli.
...
Già ti ci vedo, a leggere le mie parole. Ti sembreranno estreme, forse ti ricorderanno una litania e penserai di me quello che ti fa comodo pensare: che ognuno ha quello che si merita, e che non a tutti succede quello che ho raccontato.
E' vero, non succede a tutti. Poco importa. A me basta che succeda a molti.
E ti dirò di più
So di non meritarlo
so che mi difenderò fino all'ultimo
perchè io riesca a concedere al mondo
quanto di buono ho imparato
quello che so fare
quello che ho da dire
e combatterò anche perchè tu
possa dire la tua.
Tu che sei la goccia nell'oceano
quella che ci crede
in me, in te e in noi
non ti lascerò sprofondare con loro.
Non permetterò a nessuno
di farmi rinunciare alla mia intelligenza
lotterò anche per la tua
noi
non diventeremo come te
venduto alla disillusione.
Non lo faremo
perchè noi siamo Poveri di Orizzonti
ma voi non sarete mai ricchi come noi.
Noi siamo I GIOVANI D'OGGI.
Iscriviti a:
Post (Atom)