martedì 28 febbraio 2012

Ecologia del dispiacere.

I periodi di merda capitano, non può filare sempre tutto liscio. Ogni tanto la fiancata alla macchina la fai. La macchina sei tu, in questo caso; tu o un tuo amico tua sorella tuo fratello la mamma il fidanzato il trombamico o chi sia sia di cui t'interessi tanto da sentire un po' di male anche se la fiancata la fa lui e teoricamente non condividete la carrozzeria.
A questo proposito, diciamolo, questa compartecipazione al dolore, la tanto esaltata empatia è un po' una fregatura per le ragioni di cui sopra, perché se le persone a cui tieni non sono in forma per niente (giusto per usare un eufemismo) ci pensi e ci ripensi e alla fine ti senti una mezza schifezza anche tu. E poi 'sta storia dell'empatia ti fotte soprattutto perché alle volte ti fa sentire davvero impotente, perché la verità è che non sei d'aiuto.

Prevedibili commenti: ma che dici, basta la presenza!

Basta la presenza è una cazzata, più o meno come l'espressione "basta il pensiero".
Allora adesso ditemi un attimo, quando aprite quel regalo orrendo che vi fa capire che la persona alla quale volete così bene non ha capito un cazzo di voi perché altrimenti non si sarebbe mai sognata neppure di pensare che avreste potuto apprezzare quella teiera del '800 che le spacchereste volentieri in testa, vi viene in mente che basti il pensiero? No, pensate a dove nascondere l'orrore, o in alternativa a come distruggerlo facendo pensare a un incidente.

Ed è così anche quando subite tracolli emotivo-sentimental-sociali. Non parliamo di stupidaggini (che poi tutto è relativo e ognuno ha la propria bilancia emozionale), parliamo di cose importanti, che lasciano il segno.
Certo, chiunque dovrà riconoscere che non sia da poco avere gli amici intorno e i pat-pat sulla spalla e il fazzoletto di carta che arriva proprio nel momento in cui si sta piangendo talmente tanto da rischiare d'inondare la stanza di moccolo, ed è importante anche che ci sia qualcuno a fare la voce grossa quando si ha voglia di abbandonarsi come un fuscello al vento del proprio destino di solitudine e morte...però la sostanza è che non basta.

La verità vera è che le persone non si possono riverniciare.
A parte che anche sulla verniciatura ci sarebbe da ridire, perché se la carrozzeria è ammaccata nascondi un po' il danno ma quello resta, non è che sparisca perché sei arrivato tu bel bello a darci un po' di colore sopra.

Tutto questo per dire che forse sarebbe più giusto se tutti avessero un tastino da qualche parte, un pulsante che amici parenti e volenterosi potessero usare all'occorrenza per accollarsi una piccola quantità di dispiacere che qualcuno d'importante sta provando, così, per alleggerirlo un tantino...una specie di donazione all'inverso in cui quello che si toglie all'altro può fargli solo bene e non disturba me che scelgo di prenderlo. E allora ci sarebbe una piccola parte di dolore per me, un'altra per lui, un'altra per lei, un'altra per chi s'offre -curiosa assonanza vero? Ma s(')offrirebbe solo un pochino, in fondo- e così fino a disperdere macrodolori in microdolori.

C'è chi se la meriterebbe proprio un'empatia di questa portata.

mercoledì 22 febbraio 2012

Omaggio apolitico a un partigiano incontrato per caso.

Una panchina nel sole
ritaglio di Sardegna
sono isola dentro l'isola,
perché al sole
la solitudine non guasta.

Posso guardare la vita proseguire
lasciarmi indietro un momento
ho il diritto di rimanere seduta
senza chiedermi
anche questa volta
cosa devo dimostrare adesso?

Arrivi poco dopo
vecchia nave stanca e solida e carica
tocchi le mie sponde
coi tuoi novant'anni di Storia
in cambio di un sorriso dai miei venticinque.

Tu che hai lottato sulle montagne
in ciabatte
m'hai detto
i piedi a rompere un ghiaccio
tutt'altro che metaforico.
La tua minaccia
aveva un nome e un cognome importanti
Guerra Mondiale.

E mentre parli
mi domando perché
il tuo sforzo
sembra così indifferente al mondo
oggi.
Mi chiedo
per quale libertà hai combattuto
se ancora combatti
e se sia poi tanto diversa
da quella che immagino io.

Mi piacerebbe sapere
tutte queste cose

sono sul punto di dirtelo

poi

mi racconti dei tuoi nipotini
e ti vedo trasformarti in uno di loro;

mi dico in silenzio
per oggi le risposte mi bastano.

venerdì 10 febbraio 2012

Allerta Neve.

C'è l'allerta neve. Anzi no, mò non la chiamano più allerta neve, ma allerta "blizzard", nome esotico per dare un tocco cool alla BUFERA DI NEVE. Vento ghiaccio neve freddo polare. Un bordello. La Protezione Civile dopo le recenti accuse invita a rimanere a casa dalle 12 di oggi fino ad almeno le 17 di domani. E tu siccome sei un po' imbecille (oltre che una cagasotto) resti a casa per evitare di essere sferzata da gelide folate arricchite da corpi contundenti che potrebbero avere voglia di fracassarsi sulla tua faccia distruggendola definitivamente. Che poi vabbé, sarai anche esagerata ma tu e il freddo siete come il cavolo e la merenda, insieme non ci state a dire niente. Sei nata e cresciuta al Sud, in quel magico regno dove la temperatura non scende mai oltre gli otto gradi centigradi, e lì ci sono tanti altri problemi e su questo siamo d'accordo, però vuoi mettere? Resti a casa, dicevamo, e ti arroghi anche il diritto di fare la distaccata rispetto all'ondata di panico che ha coinvolto mass media e compagnia, e continui a ripeterti "sssciono proprio eccessscivi, tutto questo allarmissscmo per un po' d'inverno aaaatipico". Godi anche, nel pronunciare a te stessa la parola atipico, pensando che ti descrive proprio bene, e già a quel punto avresti dovuto capire che sei fuori strada come un suv impantanato. La verità vera è che non usciresti a fare un giro neanche se ti dicessero che al posto della statua del Nettuno, in centro c'è l'albero della cuccagna che sta aspettando solo te. Sì, resterai nel tuo piccolo bunker sopraelevato a leggere-scrivere-far di conto (no, questo mai)-conversare telematicamente con i tuoi amici-guardare fuori dalla finestra-rimuginare su eventi insignificanti. Tutte attività altamente edificanti. Alle 12 non succede un cazzo, comunque. Eh, non è che le nuvole c'avevano l'appuntamento, no? Arriverà, la tempesta arriverà. Alle 19.08 la situazione è identica a sette ore prima. Nel frattempo hai trascorso il tuo tempo concentrandoti, tra le altre cose, sui vari siti online dei giornali, che su Bologna scrivono prima "GLI ESPERTI DICONO: BUFERA IN RITARDO DI DUE ORE", poi "...DI TRE ORE", e alla fine optano per un più vago "BUFERA IN RITARDO". Ah, quindi possiamo aspettarcela anche per il 21 aprile? Almeno che si scusi, quando arriva. Pure alle bufere manca l'educazione, non ci posso credere. E in tutto questo non è che ti venga in mente di uscire, intanto, così magari prendi un po' d'aria e ossigeni 'sto cervello rimbambito...no, rimani a rotolarti sul divano col gatto, che lo fa mille volte meglio di te perché oziare senza scopo è la sua missione nella vita. Il risultato è che il tuo livello di nevrosi, già abbastanza alto prima dell'emergenza maltempo, adesso è ineguagliabile. Inizi a dedicarti ad attività che ti rammentano che ti stai pericolosamente avviando a essere l'anello di congiunzione all'indietro tra l'uomo e la scimmia: mangi una banana, ti gratti la testa, rimani lunghissimi minuti davanti al pc senza fare né pensare alcunché, e fermiamoci qui che è meglio. A un certo punto pensi che è ora di smetterla, quindi ti alzi, fai un giro attorno al tavolo, per un attimo pensi di poter uscire o invitare qualcuno, e infine ritorni esattamente nella posizione di partenza perché ti ricordi che l'ultimo match di rotolamento l'ha vinto il gatto e hai bisogno di una rivincita.

martedì 31 gennaio 2012

Quello che VOGLIO.

Insegui i tuoi sogni.
Te lo ripetono in continuazione, è il cavallo di battaglia di milioni di pubblicità e di altrettanti discorsi; la formula infatti risulta affascinante, nonostante racchiuda in sé il senso dell'affanno. Volendo tralasciare il fatto che l'utilizzo del verbo "inseguire" fa sì che si dia per scontato che i sogni stiano andando in direzione opposta rispetto a qualcosa o a qualcuno. E quel qualcuno di norma siamo noi.

E se i sogni invece ci venissero incontro?

Da bambina facevo tante cose stupide da bambini, di quelle che si estinguono col tempo, tipo:

-piangere come una disperata (quest'abitudine non può definirsi estinta, a onor del vero)
-lanciare o distruggere oggetti per la rabbia (successivamente mia madre tentava giustamente di distruggere me)
-fare a botte con mia sorella (ha sempre vinto lei, anche se in quanto a dimensioni era un terzo di me)
-camminare di ginocchia sull'asfalto (ogni tanto il desiderio mi torna, soprattutto se ho avuto la brillante idea di uscire coi tacchi)
-eccetera eccetera (so di non essere così originale da aver bisogno di stilare un elenco completo delle incredibili attività alle quali mi dedicavo)

ma al di lá di queste cosette da poco, mostravo anche una certa propensione all'uso ragionato delle facoltà verbali.
Sì, nei momenti in cui stranamente non cercavo di fare in modo che i miei genitori mi dimenticassero accanto a un cassonetto, mi lanciavo nella scrittura e quando mi chiedevano cosa avrei fatto da grande, senza esitazione rispondevo:"Voglio fare la scrittrice".
Nessun vorrei, nessun mi piacerebbe, nessun sogno di diventare.

VOGLIO.

"L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re." Tanto piacere, evidentemente il re non usa il fertilizzante giusto.

E quindi io scrivevo temi, storie, poesie.
Inventavo di sana pianta anche aneddoti sulla mia famiglia, e per fortuna i miei avevano l'abitudine di rileggere i compiti prima che li portassi a scuola, altrimenti a quest'ora sarei ancora in mano agli assistenti sociali.
Una volta, tanto per dirne una, scrissi che durante i pranzi a casa mia sorella si rifiutava di mangiare e mio padre si arrabbiava moltissimo e gridava come un pazzo, fino a che la vicina spaventata non chiamava la polizia. Nel frattempo, secondo il mio racconto mia madre giocava a carte. Certo. Da sola poi, povera squilibrata.

Ovviamente i pranzi in famiglia sono sempre stati tutt'altro che spiacevoli, ma chissà perché io mi ero convinta che il mio fosse proprio un modo carino di descriverli.
E poi scrivevo di coccodrilli a cui veniva il tetano (probabilmente cercavo di convincermi che qualcosa di buono nel fare il vaccino dovesse pur esserci), pulcini divorati da serpenti che poi li rigurgitavano per compassione...mille e una assurdità all'insegna del gusto dell'orrido.
Eppure la mia è stata un'infanzia più che felice. Che l'ottimismo sia una dote innata?

Adesso che sono (per certi versi) cresciuta, continuo a mescolare le parole a mio piacimento sulla carta, ma ho perso quella caparbietà che mi spingeva a dire VOGLIO diventare una scrittrice. Può darsi che sia successo perché il mio vocabolario si è arricchito e alla parola "scrittrice" si sono aggiunte "talento", "lavoro", "successo", concetti di cui da bambina non avrei mai immaginato di dovermi curare.

Oggi mi dicono che il talento è la "conditio sine qua non" per diventare scrittori, e da qualche anno ho cominciato a domandarmi se nel mio album di figurine CELO o MANCA.

Comunque vada,
se manca, bé...io mi accontento del tunnel carpale.

domenica 22 gennaio 2012

Scrivere

è un po' fare alla guerra
e un po' fare all'amore.

Puoi imbracciare una penna
o abbracciare una donna

così avrai la tua storia

da lasciar vivere
oppure uccidere

col tuo fucile a getto d'inchiostro.

mercoledì 18 gennaio 2012

Una giraffa per amica.

Mai fidarsi delle amiche che accettano di venire a prendere un the a casa tua. C'è il rischio che arrivino con l'intenzione di diventare donne. Sì, per oltre vent'anni sono state femmine, nel senso che hanno sempre avuto la vagina e non il pene ma per il resto tra loro e che ne so, la femmina di una giraffa non è che ci fosse tutta 'sta differenza. Non perché siano brutte o rozze o che, semplicemente sono sempre state ragazze acqua e sapone, naturali...un po' wild, insomma. Poi un giorno arrivano e ti dicono tutto d'un fiato:"Oggi mi fai i baffi le sopracciglia e la manicure." Punto. Non è che te lo chiedano, è diverso: te lo ordinano. Poco importa che poi aggiungano:"No vabbé, se ti va..." con quella facciotta languida. Ormai sei in trappola. Eccchessaràmmai direte voi, incoscienti. Prova a mettere lo smalto a una giraffa e poi ne riparliamo. La devi prima addomesticare, tanto per essere chiari. Invece non hai il tempo, la tua amica è là che esige quello che ti ha appena richiesto. Dici: "Va bene, ma devi lasciarmi fare". Sì Sì certo, ti risponde la stronza. Inizi dalla ceretta al labbro e dopo trenta secondi già pensi che davvero avresti preferito che al posto suo ci fosse stata la famosa giraffa. La belva che hai in casa ti stringe il braccio, ti trattiene la mano, si dimena, urla dal dolore, si lamenta, si gira, ride, dice aspetta...ROMPE I COGLIONI. Di rimando tu la strattoni, cerchi di bloccarle il braccio, sospiri, t'incazzi, le dici che adesso la molli lì con la cera attaccata al muso. Evvai, mi è sempre piaciuta la lotta libera. Alla fine ce la fai, minacci di non continuare con le sopracciglia e il resto ma lei ti guarda come se fossi la persona più crudele al mondo e allora cedi. Vai a prendere la pinzetta e cominci. La pazienza l'hai persa già da un pezzo, quindi le metti una mano in fronte e spingi per farle sollevare il mento e vedere meglio. Lei sembra piuttosto contrariata e si contorce e strizza gli occhi come se avessi appena tentato d'impalarla, poi si rilassa un secondo e tu strappi. "Mi raccomando eh? Non fare cose strane che se poi sto male ti uccido". Pure. Devi anche fare un buon lavoro, mentre lei parla corruga la fronte ride e balla la lambada, magari. Riesci a toglierle sei peli in tutto, tre da una parte e tre dall'altra. Bé oh, cazzi suoi a un certo punto. Ti prepari alla manicure. Nel frattempo lei si guarda allo specchio e non è pienamente soddisfatta del risultato delle sopracciglia, quindi prende la pinzetta e fa da sè. Oh, questo si che è addomesticamento. Tiri fuori dal tuo beauty-case la limetta da unghie e la tua amica strabuzza gli occhi come se avessi sfoderato la sciabola di Gengis Khan. "Che c'è?" ti domandi mentre sposti lo sguardo sull'oggetto che hai in mano e che ha provocato cotanta reazione. A momenti credi che la lima possa essersi trasformata in un coltello. "No quella cosa che sfrega sulle unghie mi fa troppo senso" e accompagna la frase con una colorita espressione di disgusto. Eh ho capito bimba mia, ma forse abbiamo idee diverse su cosa significhi la parola "manicure". Resti immobile nella tua perplessità, lei è già passata a guardarsi i peli delle braccia e sta dicendo che forse dovrebbe eliminare anche quelli. Dai una sbirciata e vedi due minuscoli peletti in mezzo al deserto. Senti che ti stanno gridando "ti prego, risparmiaci!", ed è quello che fai rivolgendo alla tua amica giraffa un'occhiata di profondo sdegno. Dimentica quasi subito le braccia e torna alle unghie. Lo smalto? Comandi! Lo stendi con attenzione, prima la base poi il colore -due passate- poi il protettore, e la bestiaccia nella sua abissale ignoranza mette a dura prova i tuoi nervi domandandosi perché mai così tanti strati e che esagerazione e le unghie le diventano spesse così e quanto tempo per asciugare e si fa tardi e di qua è di là. Finisci quando sei a un passo dall'omicidio preterintenzionale. Lei osserva attentamente il cambiamento delle sue mani e conclude con un sonoro "BAH". Le spieghi che deve farci un po' l'occhio visto che è la prima volta, ma lo scetticismo non l'abbandona. Vabbé allora vai a fanculo. Gliel'avrai detto quelle trenta volte da quando ha messo piede in casa tua, tanto lo sai che non si scompone e rompe le palle uguale."Allora, lo facciamo il the?"Appunto.

martedì 10 gennaio 2012

Mia nonna dice peli e guai non mancano mai.

Tutto è iniziato sedici anni fa. Me ne accorgo riguardando quella vecchissima fotografia. Un primo piano che anche il peggior serial-killer si sarebbe risparmiato di scattare.
Avevo nove anni ed era il giorno della mia comunione. Sono ritratta a mezzo busto, l'abito bianco che pare da sposa, perché se a nove anni sei alta un metro e sessanta e porti quaranta di scarpe, ebbé bella mia, il rischio è quello. Dicevo abito bianco, capelli scurissimi in stile Maria Piangente e cerchietto rigorosamente bianco, espressione seria, mani intrappolate da guantini bianchi e giunte in segno di preghiera e ora capisco perché.

MA COME VI VIENE IN MENTE di permettere un'umiliazione del genere.

Quella fotografia è la testimonianza scientifica che lo yeti è esistito, e si è pure riprodotto. Eccola là, la sua figlioletta. Un monociglio nero da competizione e dei baffi che Zorro l'avrebbe preso come un affronto personale.

"Bello il bianco sulle brune, SPICCA." I peli spiccano.

Osservo meglio l'obbrobrio impresso per l'eternità e concludo che quella cosa nella foto che non posso essere io sembra che stia chiedendo una grazia. O una ceretta, più facile.

Beata incoscienza, mi facevano andare in giro in quel modo forse nella speranza che un circo mi raccattasse.
Ho dovuto aspettare altri due anni prima che a mia madre venisse in mente che probabilmente era il caso di sradicare quelle setole mostruose prima che sua figlia se ne rendesse conto da sè e la disconoscesse.

La mia prima depilazione è avvenuta tra pianti e disperazioni perché obiettivamente facevo schifo, ma è anche vero che la ceretta sopra il labbro è dolorosa e a undici anni puzzavo ancora di latte, motivo per cui ME NE FOTTEVO altamente di essere la versione junior della donna barbuta. Gli ormoni dormivano tutti all'ombra di quegli arbusti facciali.

Ancora oggi, quando faccio presente alla mamma di quanto fossi un cesso da bambina, la sua risposta è:

"MA COSA DICI, ERI COSI' BELLINA...UNA BAMBINONA."

Mamma, la figlia di Shrek. E non aggiungo altro.
Si sa, ogni scarrafone...il peggio però si verifica ADESSO, alla veneranda età di venticinque anni, quando ti tocca avere un fidanzato e possibilmente tenertelo.

Allora diciamolo: i primi mesi tanta attenzione, calcoli strategici per programmare le cerette negli anni a venire in modo tale da evitare che lui confonda la tua gamba con la zampa del gatto, e poi incastri la depilazione perché sia lontana dal periodo mestruale perché non è che vai a dissanguarti davanti all'estetista, e su e giù e aspetta lui la prossima settimana non lo vedo perché è là, ah ma non posso farla adesso è troppo presto sono corti vabbè vado di rasoio, oddio sono un cactus e così via fino alla perdita dei sensi e del senso anche. Quasi quasi anche del sesso, che ti sei rotta le palle di tutte 'ste manovre e a momenti dici "io non scopo più". Oppure scopo vestita.

Poi succede che dopo diversi mesi di storia a distanza, per una serie di circostanze il suddetto fidanzato viene ad abitare con te. E tu sei così felice e romantica e vai in brodo di giuggiole.

Fino a quando ti rendi conto che devi trovare una soluzione al problema forestale. Le prime settimane ci provi eh, con impegno pure; dopo poco, però, capisci che non ce la puoi fare tra ricrescite e peli incarniti e reincarnazioni di antenati dei peli che avevi a dieci anni e bubboni e schifezze varie.
E rinunci. vergognandoti come una ladra, ma rinunci. Questa è la verità.

E lui, come la prende?

Lui non fa una piega. Lo stronzo. Per mesi sei IMPAZZITA per far combaciare tutto e mostrarti non dico perfetta ma quasi e scopri solo ora che sei al limite della sopportazione che tutti i tuoi sforzi non servivano a niente. Vai bella, se ti piace spalare la neve al Polo Nord, chi te lo impedisce.

"Amore no dai non mi toccare le gambe, ho i peli..."
"Ma che me ne frega dei peliiii!!! Ma poi dove li vedi?! Tsk...e comunque tu sei bellissima in qualunque modo..." occhi da gattomorto inclusi.

E NO, SERPE MALEFICA, COME MINIMO MI DEVI DARE UN PO' DI SODDISFAZIONE DICENDO CHE TRA ME E TEDDY BEAR E' PIU' SEXY LUI!
Ho sprecato energie, tempo, dolore, posizioni improbabili, sudore, soldi...ho anche permesso a quella cretina dell'estetista di prendermi per il culo...adesso ti faccio vedere io, me li faccio crescere fino a poterli usare per legarci degli oggetti e usarli al posto delle tasche.

Ti ritrovi a raccontarlo all'estetista che commenta dicendo "Sì è vero, ai maschi importa poco dei peli."

Soffochi la voglia di gridarle: "AUTOGOALLLLL!" e di fuggire in strada mezza nuda, con una gamba perfettamente liscia e un'altra ricoperta da un sottile tappeto erboso.

sabato 24 dicembre 2011

Canto di Natale di Paperino.

Sono arrivata in FranciabarraSvizzera (dico sempre così perché siamo al confine) due giorni fa, nella confusione mentale più spinta degli ultimi vent'anni. Mi spiego meglio.

Il giorno prima della partenza sono andata a ritirare un chilo e duecento grammi di costosissimi tortellini fatti a mano, espressamente richiesti all'incirca un mese fa da mia madre per il pranzo di Natale.

"Mi raccomando visto che parti domani conservali al fresco, tipo in terrazza, poi attenta a non capovolgere la scatola non inclinarla non sballottarla curali amali sii ossequiosa nei loro confronti prima di mangiarli e digeriscili con classe", queste più o meno le parole della sfoglina autrice di cotanta opera culinaria. Un tortellino è per sempre, mi vien da dire. Altro che i De Beers.
Insomma le sante reliquie sono state adagiate sul davanzale della finestra dove hanno riposato un giorno e una notte prima di essere portate alla volta della FranciabarraSvizzera.
Volo con scalo: Bologna-Roma, Roma-Ginevra. Primo volo: ore 7.10. Orario comodo, se la sera prima sei andato a dormire alle 19.30; sveglia alle cinque per essere in aeroporto alle sei.

Ora, non so se sia stata la stanchezza, la fretta, l'attesa, un'ossigenazione cerebrale insufficiente, la vita che è come una scatola di cioccolatini, non lo so fatto sta che mentre percorrevo la scaletta che mi avrebbe condotto all'aereo che da Roma sarebbe andato a Ginevra, nefasta illuminazione: PERCHE' HO UNA MANO LIBERA?

Tragedia.

I TORTELLINIIIII LLINIIII INIII NIIII IIII..................

Manifesto affisso davanti agli occhi: SONO UN'IMBECILLE
In alternativa: MIA MADRE CI RIMARRA' MALISSIMO
Oppure: 40 EURO NEL WATER
O ancora: NO TORTELLINI, NO CHRISTMAS.

Perché sapete, quelli non erano solo tortellini, erano I TORTELLINI.

"Hai ordinato i tortellini?"
"Sì mamma li ho ordinati, stai tranquilla!"
"Eh. Ricordati di ritirarli poi!"

"Mamma ogni volta con 'sti tortellini che da portare in viaggio sono una rottura di palle."
"Eh per una cosa che ho chiesto devi fare storie e che cos'è ma è uno schifo con tutto quello che si fa per te e che cavolo ecc ecc."

Non so se mi spiego: con la mia dimenticanza è un po' come se avessi bruciato la bandiera della pace in pubblica piazza.
Credo seriamente che nel realizzare di averli lasciati sull'autobus avessi la stessa faccia di uno a cui hanno appena dato un pugno nello stomaco.
Ho preso posto sull'aereo, il sedile mi sembrava fatto di ceci. Ero sul punto di lasciarmi ufficialmente andare alla disperazione quando lo steward mi ha regalato speranza.
L'ho guardato con un'espressione che neanche mi trovassi in chiesa a chiedere l'elemosina.

"Scusi, mi è appena venuto in mente che ho dimenticato una cosa sull'autobus..."
"Ah, adesso vediamo che possiamo fare, non si preoccupi."
"Grazie mille."

Nell'attesa ho mandato una decina di messaggi alla mamma (in parte anche per darle il tempo di sbollire il nervosismo per la notizia) pregandola di non rimanerci troppo male perché proprio non avrei voluto e non so come sia potuto succedere e sono proprio una cretina e mi dispiace e sono mortificata ecc. ecc.

Risposta: OK.

Pensandoci, credo che andasse letta al contrario: KO.

"Abbiamo chiamato l'autista, stiamo controllando eh?"
"Ok la ringrazio, è gentilissimo."

Alimentata da nuova speranza come un uccellino appena nato. Appunto, non era speranza, era un verme.

"Signorina non c'è niente sull'autobus, mi dispiace."
"...ah...ok...grazie, non importa."
"No mi dispiace, magari era un regalo..."

Non lo so, se al posto del dito ci vuoi mettere una gamba intera nella piaga, fai pure eh.

"Sì guardi ma non fa niente, grazie per il tentativo."

NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ma com'è possibile? Non è possibile, è ovvio, visto che li avevo dimenticati sul primo autobus, quello che dall'aereo proveniente da Bologna ci ha scaricati alla zona dei transiti internazionali consentendoci di raggiungere il secondo autobus e di conseguenza il secondo imbarco.

Bene, brava, BIS.

Arrivata a Ginevra avrei preferito mandare avanti il mio zaino perché incontrasse lui per primo mia madre e mia sorella, che nel vedermi si sono comportate come se l'incidente diplomatico non si fosse mai verificato. Adorabili.
Hanno rimediato riempiendomi successivamente di battutine alle quali non mi è parso il caso di replicare.
Dulcis in fundo, a casa dei miei ho cercato per una ventina di minuti il cellulare che avevo lasciato in macchina.

Non so a chi ho affittato il cervello, per intenderci.



Buon Natale a tutti. Vi voglio bene!

mercoledì 14 dicembre 2011

Dell'Umana Commedia.

Nel tuo girone personale
prendi dentro anche me;

non per restarci

ma per venirne fuori
trascinandoti con me.

mercoledì 7 dicembre 2011

Dis-ordinaria quotidianità.

"Hai visto esattamente dov'è? Ci sai arrivare?"
Annuisce e dice: "Tranquilla, cE penso io."

Brividi lungo la schiena.
Accendi il tuo bollitore interno e sei già pronta a borbottare, fischiare, esplodere come una pentola a pressione.
Dice che lo sa e poi vagate, vagate, vagate...lui ride-scherza-la serenità personificata. Tu speri solo che abbia la solita botta di culo, che in altro modo non si può chiamare, e che trovi il famigerato luogo che state cercando.

Ciononostante, quella mattina decidi di non replicare e lasciarti stupire. Sì, tutto sommato è domenica...slow living please. Chi te la fa fare d'incazzarti nel giorno del Signore. Poi s'offende.

Uscite di casa -le chiavi ce le ho io ce le hai tu vabbè purché qualcuno chiuda - e vi incamminate verso l'automobilina che vi condurrà (speri) al magnifico centro commerciale dove avete intenzione di comprare questo mondo e anche quell'altro. A come pagarli ci penserete dopo, visto che i contanti farebbero meglio a chiamarsi conpochi, piuttosto che insistere con manie di grandezza francamente irrealistiche.

E insomma cincischiate e tubate come tortorelle mentre imboccate la via in cui la macchinina vi attende, ansiosa di portarvi verso l'infinito e oltre...

"Non c'è."
"Come non c'è?"
"Eh, non c'è."

Rimossa neanche mezz'ora prima e per la seconda volta in un mese e mezzo. Record del mondo, probabilmente. Anzi no. Senza dubbio.
La prima volta c'era la pulizia della strada, stavolta un bel divieto di sosta.

#@/&%#!$#&%"%&#?#@&%$!

Spazio all'immaginazione.
Per chi preferisce i puntini, eccoli.

..........................

In questo momento tu non sai bene che fare, se non offrire una faccia contrita e unirti al turpiloquio con grande enfasi. In questo modo vi caricate a vicenda tra cazzi, mazzi e stronzi vari, dal vigile che ha fatto la multa al residente che deve aver chiamato il carroattrezzi.
Prendete un taxi per andare a recuperare il quattroruote al deposito, e durante il tragitto rimanete in religioso silenzio per non turbare il povero tassista, consci del fatto che in quel momento sareste capaci solo di continuare a inveire contro tutto e tutti.
Infatti riprendete- esattamente da dove avevate iniziato- appena arrivati a destinazione.

La piccola è là, sola e infreddolita. E lurida, ma questo non c'entra niente.
Rimettete su strada il mezzo, alla modica cifra di centoquaranta euro + IVA (Ira, Vergogna, Angoscia).

Il tuo compito a questo punto è sdrammatizzare per consolare la tortora dalle ali spezzate che hai a fianco.

"Bè, l'altra volta è andata peggio no?"
(Centosettanta euro)
"Eh infatti. Che culo."

Scegli nuovamente il religioso silenzio di cui sopra, considerato che le tue capacità dialettiche pare siano state rimosse anche loro.
Ti concedi di annoiarti per un paio di minuti.

"Dobbiamo mettere benzina. E' in riserva già da un po'."

Meno male oh,avevo proprio bisogno di un po' di suspence. Riusciranno i nostri eroi a evitare di spingere e arrivare a quel fottutissimo centro commerciale?

"Siamo in città, lo troviamo subito un benzinaio."

Ora, io non vorrei, proprio non vorrei cadere nella banalità delle ultime parole famose.
L'uso del condizionale non è casuale.

"Oh ma pare che cE sta 'na fatina che quando passiamo noi fa sparire tutte le stazioni di servizio, è incredibile."

In lontananza vedete pompe di benzina pronte a nutrire il vostro bolide, ma poi non si sa bene quali assurde circonvoluzioni facciate per perderle di vista. Tu abiti lì da SETTE anni eppure non hai la più pallida idea di dove si debba andare. D'altra parte, in macchina ci sarai stata dieci volte in sette anni e non guidavi neanche.
Aprire una parentesi sul tuo senso dell'orientamento non conviene, perché non si tratterebbe di una parentesi ma di una paresi. Spazio-temporale.

La Peugeot non vi tradisce, comunque, e dopo km e km di labirintici auto-avvolgimenti riuscite ad abbeverarla e a ricominciare a usare il suo novello carburante per i vostri giri non-sense, alla disperata ricerca della strada di casa.

Condividete sorrisi stanchi, e del centro commerciale non se ne parla più.
Il nuovo miraggio ha la forma di un divano che forse riuscirete a raggiungere prima che volgiate a termine anche voi insieme alla giornata.

martedì 29 novembre 2011

Oltre alle gambe c'è di più.

Te ne accorgi quando arriva la Sindrome dell'Abbandono, quando inizi a rimuginare su particolari insignificanti, anzi no, inesistenti.

"Non mi ha detto che mi ha pensato tanto oggi"
"Mmm, si comporta in modo strano"
"Non è stanco, sta cercando di evitarmi"
"Una mattinata intera senza un messaggino? C'è qualcosa che non va"
"Non è vero che non ha capito, non mi sta ascoltando. Che stronzo"

Quindici secondi dopo aver formulato l'insano pensiero, la res cogitans tira il freno a mano per dire "ALT! Ci risiamo. Datti una calmata, stai vaneggiando più del solito. Sono gli ormoni. Rompono i coglioni una volta al mese da tredici anni, perchè non ti ci abitui?!"

Perciò tu lo sai che sono LORO, i maledetti, però t'incazzi come una belva quando la gente (e in modo particolare il tuo ragazzo, lui lo sgozzeresti proprio, quando te lo dice) risponde al tuo nervosismo ingiustificato chiedendoti: "Hai le mestruazioni per caso?"
La replica immediata è, intonata a volume spropositato tanto per non dare ulteriori conferme all'interlocutore:"CHE C'ENTRANO LE MESTRUAZIONI?! SEMPRE CON LA STESSA STORIA! QUANDO NON SAI CHE DIRE TIRI FUORI 'STE CAZZATE!".
Sì, infatti.
A quel punto te ne vai con un motore a scoppio nel cervello e le sopracciglia increspate. Sembri un fumetto demenziale e lo sai. Anche per questo, forse, nel giro di tre minuti ti sgonfi come un palloncino vecchio. La differenza rispetto all'esordio, però, è che adesso un motivo per rimuginare ce l'hai veramente, visto che ti sei comportata come un chihuahua isterico e il povero cristo che ha avuto la fortuna di beccarti nel momento migliore, adesso di te ne ha le scatole piene.

Questo ragionamento ti mortifica definitivamente. Ti scende una tristezza che neanche dovessi portare sulle spalle tutti i mali del mondo. A salvaguardia della tua moribonda dignità interviene ancora una volta la vocina coscienziosa:"Ehi, di emozioni fondamentali ne abbiamo sei: gioia, disgusto, paura, rabbia, sorpresa, tristezza. Dobbiamo passare per tutte, o visto che due ce le siamo già giocate possiamo optare direttamente per la prima, adesso, prima che la tua vita sociale sia rovinosamente compromessa?"

La risposta chiaramente è NO.
Ti trascini come una biscia dal ragazzo, amica/o, familiare su cui hai infierito e non trovi niente di meglio da fare che commuoverti. Sbrodoli come una lumaca. Sei moscia come una lumaca senza guscio. Rincari la dose facendo la voce da bambina cretina (se hai a che fare col tuo ragazzo o con la mamma, con gli altri tenti di contenerti ma il tuo sguardo da triglia lessa è quasi peggiore) iscrivendoti ufficialmente all'Albo dei Patetici.

La persona che hai di fronte ti vuole molto bene, ti conosce anche di più e sa che normalmente sei abbastanza in asse, per quanto la tua dote migliore non sia sicuramente l'autocontrollo.
Ti dice "Ok, non ti preoccupare, non mi sono mica arrabbiato" e nel frattempo pensa a quanto gli fai pena (questo lo pensa solo se è un uomo, perchè le donne conoscono benissimo quella sensazione di furore che ti scatta prima e durante il sanguinolento periodo).
Se sei fortunata azzarderà anche un abbraccio, ma ricordatelo bene, non è amore. E' compassione.

Quasi sicuramente da allora in avanti il soggetto in questione non oserà contraddirti neanche se ti verrà in mente di dirgli che hai visto il tuo gatto trasformarsi in uno scoiattolo volante. Quando succederà dovrai riconoscergli quantomeno un'incontenibile voglia di vivere, o sopravvivere, dal momento che starà cercando in tutti i modi di non farsi sbranare da te.

Ecco, tutto questo per precisare che in tempo di mestruazioni la democrazia non esiste. Al contrario, vige una dittatura contrastabile con un unico mezzo: la resistenza.

Come si dice, cicli e ricicli storici, giusto?

venerdì 25 novembre 2011

Nell'epoca insalubre

Nell'epoca insalubre
delle promesse disattese
ho un Io vanaglorioso
da tenere a bada.

Pare sia normale
costruire il futuro con mattoni di gesso.

Tu preferisci usarli per scrivere il tuo dissenso
sulle pareti ipotetiche
della tua vita.

Guardi la polvere che ti rimane addosso
incollata ai polmoni e alle dita
è come borotalco,
meno dolce.

Concludi sconsolato

in questo mondo
l'apparenza inganna
il più delle volte
anche me.

martedì 22 novembre 2011

J'accuse.

La rabbia sale specialmente quando cammino su strade che conosco alla perfezione, quando non ho bisogno di prestare attenzione al mio percorso. Succede quasi ogni mattina.
La rabbia è un'emozione corrosiva, ti scava buchi dentro che poi ti metti a riempire con quello che di bello ti capita nel corso della giornata. E di bello c'è sempre qualcosa, non è questo il punto. Il fatto è che le toppe si vedono e raramente il prodotto finale è migliore di quello iniziale.
Scrivo queste parole perchè ho venticinque anni e almeno il doppio di sogni. Un anno fa erano il triplo.
Scrivo perchè lì dove muoiono i sogni ci sono i buchi. E scrivo anche perchè oggi sono costretta ad arrabattarmi perchè non se ne facciano altri e passo il mio tempo a tappare quelli che ci sono già.
Eppure sono giovane, libera, amata, piena d'interessi. Fortunata, in una parola. Come me, tanti amici e amiche che condividono altri pezzi di una buona stella che ringraziamo ogni giorno, perchè non siamo degli ingrati nè degli stupidi.
Ma chi crede che quello che abbiamo sia sufficiente, si sbaglia. Basta un solo nemico a svalutare il nostro ricco bottino. Si tratta di un nemico che si maschera dietro facce sorridenti e falsamente bendisposte, dietro le bugie di un sistema che si riempie la bocca di paroloni dei quali non conosce il significato. Il nostro nemico si chiama Povertà di Orizzonti.
Lasciamo correre un po' la fantasia. Immaginate il Sole senza l'orizzonte. Avrebbe senso? Eppure il sole è pieno di energia, dà calore, è estremamente luminoso, indipendentemente dal resto. Ma il Sole senza un cielo e un orizzonte è niente.

Torniamo alla realtà, a quella dei famosi "giovani d'oggi". Se ne dicono di ogni.

"I giovani d'oggi non hanno voglia di fare niente."
"I giovani d'oggi pretendono troppo."
"I giovani d'oggi hanno troppo e non sanno cosa vuol dire guadagnarsi il pane."
"I giovani d'oggi non hanno più valori."
"I giovani d'oggi non hanno obiettivi."
"I giovani d'oggi sanno solo lamentarsi ma poi non fanno niente per cambiare le cose."

Una marea di minchiate.

Esiste una forza che spinge le persone di qualunque età, una forza che si chiama MOTIVAZIONE. A Psicologia ti insegnano quanto è importante, quanto sia difficile andare avanti senza. T'insegnano anche cosa riesce a motivare le persone: la considerazione, il rispetto, l'equità, la soddisfazione, la percezione di utilità per se stessi e per gli altri, i riconoscimenti. E tante altre belle cose.

Teniamolo bene a mente, quando spariamo a zero.

Prendiamo il giovane tipo italiano, quello che ha avuto la fortuna non da poco di crescere in un ambiente equilibrato, che ha completato gli studi superiori e si è iscritto all'università. Può darsi che abbia perso una sessione d'esami, anche due, ma è una persona che ha voglia di fare e lo fa. Ce ne sono milioni, di persone così. Studenti di qualunque facoltà.
Lasciamolo qualche anno a rendersi conto di dove sia finito.
Diamogli il tempo di accorgersi che le gerarchie non hanno la funzione di permettere la trasmissione dei saperi dai più anziani ai più giovani ma vengono utilizzate per stabilire dei confini netti e distinguere tra privilegiati e non. Lasciamolo per settimane a cercare di rintracciare un professore per e-mail o al ricevimento settimanale.
Guardiamolo mentre legge la prima di una serie di risposte sgarbate ed evasive. Accompagniamolo agli esami, dove il figlio di Mazinga prende trenta senza spiccicare quasi parola.
Nel frattempo diciamogli anche che quella bellissima ricerca alla quale avrebbe voluto partecipare non si farà, perchè mancano i soldi che non si sa che fine abbiano fatto, perchè una volta c'erano.
Insegniamogli tanta di quella teoria da riempirci un'enciclopedia, ma non pensiamoci neanche a fargli fare qualcosa di pratico e lasciamo tutto in mano ai settantenni. Tanto un medico mica ha bisogno di imparare il suo mestiere. Facciamogli inventare di sana pianta una tesi perchè i relatori non hanno il tempo di seguire i loro laureandi e anche perchè "la tesi non la legge nessuno". Impediamogli di parlare, perchè il coltello dalla parte del manico non ce l'ha e nonostante tutto lui ha ancora voglia di laurearsi. E se parla, diciamogli che la sua è polemica sterile.
Osserviamolo sorridere il giorno della discussione.
Mandiamolo a fare praticantato o tirocinio per l'iscrizione all'Albo, oppure mandiamolo direttamente alla ricerca di un lavoro.

Nel primo caso coloriamo i siti degli Ordini di regolamenti su come i tirocini professionalizzanti dovrebbero essere, e poi facciamo esattamente il contrario di ciò che abbiamo formalmente istituito:

-Diamogli dei compiti che anche un invertebrato sarebbe in grado di fare
-Lasciamolo delle ore a fare niente
-Non spieghiamogli perchè deve svolgere certe attività, nè quando nè come
-Teniamolo in azienda, in ufficio o in ospedale il doppio delle ore in cui dovrebbe essere presente
-Parliamo a voce bassa in sua presenza quando non vogliamo che ascolti le nostre conversazioni
-Evitiamo di ricompensarlo anche quando fa qualcosa di buono.

Nel secondo caso, invece, diamogli un lavoro malretribuito, magari lontano dalle sue aspettative, stipuliamo un contratto a tempo oppure facciamolo lavorare in nero. Diciamogli anche che è fortunato, perchè con la crisi lavoro non ce n'è. Se è donna, al colloquio chiediamole se ha intenzione di fare dei figli. Se l'assumiamo, facciamo in modo che il suo stipendio sia inferiore a quello medio degli uomini.

In ogni caso, alla sua frustrazione rispondiamo col solito: "E' così ovunque, è la gavetta." Non serve, per consolarlo, credeva che gavetta fosse lavorare tanto, anche senza retribuzione, ma ricevere in cambio esperienza e competenze.
Dovrà rivedere un'altra delle sue convinzioni. L'ennesima.

Lasciamolo quindi a ribollire di rabbia e di sogni mancati.
Invitiamolo a tenere la testa bassa, a guardare a terra e a dimenticare quell'orizzonte che prima distingueva benissimo.
Ogni tanto ricordiamogli che la motivazione nella vita è fondamentale. Prendiamolo per il culo, forse a un certo punto comincerà a piacergli.

...

Già ti ci vedo, a leggere le mie parole. Ti sembreranno estreme, forse ti ricorderanno una litania e penserai di me quello che ti fa comodo pensare: che ognuno ha quello che si merita, e che non a tutti succede quello che ho raccontato.
E' vero, non succede a tutti. Poco importa. A me basta che succeda a molti.

E ti dirò di più

So di non meritarlo
so che mi difenderò fino all'ultimo
perchè io riesca a concedere al mondo
quanto di buono ho imparato
quello che so fare
quello che ho da dire
e combatterò anche perchè tu
possa dire la tua.
Tu che sei la goccia nell'oceano
quella che ci crede
in me, in te e in noi
non ti lascerò sprofondare con loro.
Non permetterò a nessuno
di farmi rinunciare alla mia intelligenza
lotterò anche per la tua
noi
non diventeremo come te
venduto alla disillusione.
Non lo faremo
perchè noi siamo Poveri di Orizzonti
ma voi non sarete mai ricchi come noi.
Noi siamo I GIOVANI D'OGGI.

lunedì 7 novembre 2011

LA TAGLIOLA

Un sorriso metallico scattò sul volto rugoso. Se gli avessero chiesto di descriverlo, avrebbe detto che gli ricordava la tagliola a denti stretti, la stessa che tante volte aveva visto chiudersi implacabile sulla zampa della volpe, o quel che era. Quell’aggeggio infernale, che aveva posizionato in punti strategici per vent’anni, lo strumento che lo faceva sentire forte e capace di decidere della vita o della morte di un essere vivente, adesso era lì, di fronte alla sua faccia, minaccioso come non mai, a fargli passare in rassegna gli occhi e i lamenti morenti degli animali che aveva ammazzato.
Aveva capito da un pezzo che non avrebbe mai più cacciato. Era diventato la preda, la cavia da esperimento in attesa di sevizie che dimostrino al mondo l’inutilità della vita quando non è la tua.
Il suo aguzzino non si accontentava di sorridergli a quel modo, lo torturava guardandolo con gli occhi di un passato che era stato abortito. E gli raccontava delle storie, mentre lui se ne stava legato sul gabinetto. In questo modo, gli aveva detto il suo carceriere, non dovrò prendermi la briga di pulire la tua merda.
Da quanto andava avanti così? Una settimana, un mese? Seymour non lo sapeva, e aveva smesso di chiederselo. Desiderava soltanto che la fine arrivasse presto, e che quei racconti cessassero.

“Ti ricordi, Seymour…eri solo un bambino. Tuo padre cercava d’insegnarti l’arte della caccia, e tu cosa facevi? Te ne stavi tutto il tempo a salvare quaglie e cerbiatti dalle sue trappole. Poi tentavi di distruggerle, e tuo padre non faceva che riempirti di botte. La senti questa canzone, Seymour? E’ la stessa che c’era in quei giorni, solo che la cantava tua madre. Era lei a consolarti, quando piangevi e non riuscivi a muoverti per giorni interi a causa del dolore del bastone di tuo padre. Era quello che voleva, immobilizzarti per impedirti di rovinargli la festa nel bosco. Gli piaceva ammazzare, a tuo padre. E anche a te piace farlo, vero? Cantala con me, Seymour, è una bella canzone, non trovi? Aveva una bella voce, tua madre.

Talk to me softly, there’s something in your eyes…Don’t hang your head in sorrow,
and please don’t cry…I know how you feel inside,
I’ve been there before…

E poi, Seymour? Cos’è successo poi?”

Lui gridava sempre, a quel punto, per farlo smettere. E la tagliola scattava. Quel maledetto ghigno.
Don’t cry dei Guns N’ Roses, sarebbe stato meglio morire, che ascoltarla ancora.
Rivedeva il volto pulito di sua madre, le sue mani morbide che sembravano poter lenire qualunque dolore, fuori e dentro di lui.
E pensare che l’aveva cancellata, quel giorno e per vent’anni.
Era un adolescente sbarbato, una volta, ma coraggioso. Non aveva mai smesso di distruggere le trappole di suo padre, si era abituato alle botte, alla puzza di vino quando lo picchiava, ai tentativi di sua madre di soffocare i gemiti di dolore quando la violentava. Seymour ci riusciva perché aveva uno scopo. In ogni uccello, volpe o cervo che salvava, ritrovava la gratitudine che vedeva negli occhi di sua madre, quando lo stringeva forte e gli faceva capire che riusciva ancora a vivere solo per merito suo. Quanto avrebbe voluto salvarla.
E quel giorno aveva corso a fiato perso tra gli alberi, non aveva badato ai rami che lo graffiavano, ai sassi che lo facevano inciampare. Aveva corso e basta, al primo grido.
Aveva da poco liberato un cinghiale, ci aveva impiegato un’ora buona, perché quello era grosso e spaventato e ferito e aggressivo.
Ce l’aveva fatta, alla fine. L’aveva guardato allontanarsi grugnendo, e aveva sorriso alla vita, che a volte sapeva essere così bella.
Poi l’aveva visto. Suo padre era rimasto a osservare tutta la scena. Gli aveva fatto cenno di sì col capo, sembrava incredibilmente tranquillo. Si era allontanato, col suo fucile.
Pochi minuti dopo, uno sparo. E l’urlo disperato di sua madre.

“L’hai ammazzata tu, Seymour, lo sai? Non avresti dovuto contraddire ancora tuo padre. Te lo ricordi, il seguito?
Sei riuscito ad abbracciarla un’ultima volta, mentre il sangue usciva e ti sporcava le mani. Per la prima volta hai cantato tu per lei, Seymour.

Give me a whisper,
and give me a sigh…Give me a kiss before you
tell me goodbye…Don’t you take it so hard now,
and please don’t take it so bad…I’ll still be thinkin’ of you
and the times we had, baby


E’ stata la sua unica richiesta, prima di crepare al posto di un cinghiale. E’ stata dura, eh? Eppure quale metodo più efficace, per insegnare a un figlio l’arte della caccia? Da quel giorno non hai fatto altro che uccidere qualunque cosa viva ti passasse davanti.”

Seymour piangeva, per la prima volta dopo vent’anni. Tutto il passato che non gli era stato concesso di vivere gli si riversava addosso, gorgogliando come un tubo di scarico intasato.
Dopo la morte di sua madre, aveva perso lo scopo. Ne aveva trovato un altro, per puro spirito di sopravvivenza. Era diventato il cacciatore migliore del paese. Spietato, gelido. Nessuna donna si era mai avvicinata a lui. Poco importava. Lui non amava, non ne aveva bisogno.
Viveva all’aperto, i suoi amici erano un coltello, un fucile e una tagliola, la stessa da cui aveva liberato il cinghiale.

“Tuo padre, Seymour, ricordi, è morto pochi anni dopo. Hai trovato il suo cadavere nella vostra casa, forse un infarto. L’hai dato in pasto alle bestie del bosco. Crudele, il piccolo Seymour. E pensare che sembravi un agnellino, tanti anni fa. Si cambia in fretta.
E di me che ne dici, ti sembro cambiato da allora?”

Seymour era sicuro di non aver mai visto il suo torturatore prima che lo sequestrasse. Gli ripeteva ogni giorno che non sapeva chi fosse, che non avrebbe mai potuto dargli la risposta che voleva, perché il ricordo non c’era, nella sua mente. Non era mai esistito.
E alla fine crollava, esausto, si addormentava e sognava continuamente sua madre. Sua madre e il suo calore, sua madre che gli chiedeva perdono, per cosa poi, sua madre che cantava, sua madre che moriva.
Si svegliava di soprassalto, quando l’uomo che lo teneva prigioniero lo schiaffeggiava col suo sorriso di tagliola arrugginita.
Cosa vuoi da me, gli gridava, perché non mi uccidi e basta, chi sei.
Poi aveva capito.
Un particolare, insignificante e fondamentale, l’aveva catapultato a quell’attimo lontanissimo. Quella voglia viola, sul collo del suo aguzzino, era la stessa che aveva attirato la sua attenzione tanti anni prima, quando aveva spiato sua madre e quell’uomo sconosciuto tenersi allacciati come se non ci fosse stato un domani.
E un domani non c’era stato.

“Tua madre era innamorata di me. Io di lei, Seymour. L’amavo più di ogni altra cosa al mondo. Non era facile stare con lei, sai? Riuscivamo a vederci solo quando tuo padre andava a caccia nella riserva di Shaw. Rimaneva fuori tutto il giorno, quel porco, e lei finalmente non era terrorizzata all’idea che tornasse da un momento all’altro. Le chiedevo ogni volta di fuggire via con me, di lasciarsi tutto alle spalle. Meritava una vita, tua madre.
Aveva troppa paura, e non ti avrebbe mai lasciato. Le dicevo che saresti venuto con noi, che ti avrei protetto come figlio mio. Non sono mai riuscito a convincerla, sai Seymour? Temeva che tuo padre avrebbe setacciato palmo a palmo ogni luogo conosciuto e non avremmo mai avuto pace. Un giorno fece un errore, l’unico della sua breve vita. Mi disse che se non avesse avuto un figlio, avrebbe tentato la fuga, ma il senso di responsabilità nei tuoi confronti le impediva di fare una mossa tanto azzardata, non voleva che ti succedesse qualcosa di peggio di quello che stavate vivendo. E’ stato un inferno, Seymour.
Una volta ti teneva in braccio, avrai avuto poco più di un anno, e la sentii cantare per la prima volta quella canzone.
Capii che amava te più di quanto avrebbe mai amato me. L’avrei accettato, Seymour, se lei non fosse morta a causa tua.
Da quando è successo, non ho fatto altro che sognare di ucciderti. Ti ho odiato e negli anni l’odio non si è spento. Mi hai rovinato.
Sfortunatamente, però, sei sempre stato troppo abile col fucile e col coltello, e non mi sono mai arrischiato ad avvicinarmi, fino a quando la tagliola non ti ha tradito, scattando al momento sbagliato e mozzandoti le dita della mano destra. Ho capito che era finalmente arrivato il momento, Seymour.
Adesso pagherai. Per me, per lei, per noi e anche per il bambino che eri e che hai ucciso insieme a tua madre.”

I denti della vecchia tagliola affondarono lentamente nel collo di Seymour. Il sangue iniziò a bagnargli le spalle. Guardò il suo carnefice ancora una volta, e realizzò che anche lui, il vecchio Devis Slinger, stava piangendo.
Chiuse gli occhi per respingere le lacrime amare, mentre sentiva rinascere nel petto il ragazzino di un tempo.
In sottofondo, la colonna sonora delle loro vite rubate.

But you’ll be alright now sugar,
you’ll feel better tomorrow…Come the morning light now baby,
and don’t you cry tonight.

domenica 30 ottobre 2011

Mia mamma

La mia mamma mi ha regalato una sciarpa che aveva comprato per sé.
Gliel'ho vista addosso, l'ho provata e lei me l'ha lasciata.

Adesso ho calore, morbidezza e l'odore più buono del mondo.
La mia mamma è in puro cachemire.

martedì 25 ottobre 2011

ATTILA re delle crostate.

Quando realizzi che il caos in casa tua riflette quello che hai in testa, è troppo tardi. Hai già DEVASTATO la cucina scegliendo il periodo più sbagliato per preparare una crostata ricotta e cioccolato.Quando faccio delle cazzate, mia nonna e mia madre usano quest'espressione:"Mirà, il cervello non ti accompagna." Ovviamente hanno ragione, e non saprei spiegare meglio il concetto.

Ma torniamo alla crostata.
Hai una cena quella sera, hai promesso di portare il dolce, calcoli che hai tre ore di tregua tra l'uscita dall'ufficio e l'ingresso nel centro estetico dove ti hanno giurato che ritornerai donna e presentabile, adorabile connubio.
Questa serie di sfortunate coincidenze ti induce quindi a pensare che:

1)farai la splendida portando un dolce elaborato e non la solita ciambella;

2)la pasta frolla la farai TU, non oserai comprarla già pronta perchè altrimenti il tuo flaccido ego non riuscirà a gonfiarsi a sufficienza;

3)non importa se dovrai calcolare i tempi al millisecondo rischiando di arrivare tardi al centro di scuoiamento.

Trascuriamo l'uscita precipitosa dal lavoro, la corsa fino al supermercato per l'acquisto degli ingredienti e il quarto d'ora di catatonia davanti a Facebook. Routine.
Finalmente inizi la preparazione del magico dessert.
Prendi il pianale in legno che trovi nella credenza, sposti alla bell'e meglio l'iradiddio che c'è sul tavolo della cucina e unisci zucchero e farina. Forse già a questo punto dovresti capire che il pianale è troppo piccolo: l'embrione d'impasto straborda da ogni parte. E invece NO, chissenefrega, spingi e spingi anche da un coniglio può venir fuori un vitello. E' risaputo.
Prosegui imperterrita unendo i due tuorli d'uovo più un uovo intero a quella massa informe; quando hai le mani irrimediabilmente impiastricciate e collose, un lampo di genio ti informa che prima d'iniziare non hai tolto i tre anelli e il bracciale che indossi sempre. Giri allora la testa da una parte all'altra con aria ebete e incredula, probabilmente alla ricerca di una qualsiasi ancora di salvezza, poi ti rendi conto che l'unica soluzione è sfilarli dalle dita (il picco d'intelligenza l'hai già raggiunto con la decisione di utilizzare il pianale in legno. Tutto il resto è storia). Cominci ad avvertire un certo nervosismo, ma continui comunque a dar da mangiare al pavimento impastando la poltiglia giallastra come un'invasata, fino a ottenere un oggetto vagamente tondeggiante che avvolgi nella pellicola e infili nel frigorifero per la mezz'ora necessaria. Evvai, la pasta frolla è fatta. La preparazione del ripieno si rivela molto più semplice, anche perchè ormai quasi tutto quello che c'è da sporcare è già sporco. Alla fine, però, riesci a fare anche di meglio: dopo aver imburrato e infarinato la tortiera (ovviamente imbiancando abbondantemente il lavello,che da volgare campo di battaglia diventa campagna di Russia), ti adoperi per adagiare la frolla che si ribella prepotentemente rompendosi in più punti. Ok, illuminazione numero tre: questa tortiera è troppo grande. Ci sei arrivata, meglio tardi che mai. Replichi la reazione successiva alla scoperta degli anelli e fai ballonzolare la testa da una parte all'altra rendendoti simile a quei cani orrendi che andavano di moda tempo fa. Quelle porcherie che si mettevano sul cruscotto, insomma. Ti risvegli, riappallottoli la pasta frolla che è più stanca di te di tutti 'sti sbattimenti, recuperi un'altra tortiera sporcando anche TUTTE le ante del mobile della cucina, e a metà strada tra isteria e delirio riesci finalmente a completare l'opera e a infornarla.
Hai perso sette anni di vita (volendo essere ottimisti, eh), ne perderai almeno altri sette grazie alle pulizie che ti tocca fare. Scrosta l'impasto incollato al pavimento, al tavolo, al lavello, ai vestiti, all'anima. Elimina le ditate bianche e unte, spazza lava asciuga RESISTI NON MOLLARE DAI CHE CE LA FAI.

Inutile dire che il momento più rilassante della giornata l'hai passato dall'estetista (il che è tutto dire).

(La stramaledetta crostata è venuta buona, comunque). Diciamo che te lo doveva.

lunedì 17 ottobre 2011

Io di politica non ci capisco un cazzo.

Io di politica non ci capisco un cazzo.

Non so cosa vuol dire governare un Paese
non saprei riformare la scuola
non conosco a memoria la Costituzione
non saprei gestire il rapporto tra Stato e Chiesa
non saprei scegliere un buon sistema elettorale
non saprei far quadrare il bilancio dello Stato
non conosco le procedure utilizzate per approvare una nuova legge
non saprei occuparmi di relazioni internazionali
non saprei garantire pari opportunità
non saprei progettare strategie per difendere l'ambiente

e ancora

non so come funziona un centro sociale
non partecipo quasi mai alle manifestazioni in piazza
ammiro vigliaccamente da lontano i pacifici che protestano per giuste cause
non capisco mai se le giuste cause sono veramente giuste.
Non capisco i black bloc, gli antagonisti, gli anarchici
non capisco gli estremisti di sinistra, e neanche quelli di destra
non so neanche se la loro sia politica.
Non so a cosa possa servire
distruggere vetrine
incendiare auto
nè gridare a morte gli sbirri.
Non saprei dire se le cariche della polizia siano indispensabili ogni volta che vengono usate
e non so neppure se tutti i poliziotti usino il manganello solo se costretti a farlo.


Però
ci sono tante altre cose che so.


So cos'è l'onestà
verso se stessi prima di tutto
e verso gli altri dopo
forse è un po' la stessa cosa.

So cos'è il senso di responsabilità
so cos'è l'impegno
e so quanto sia frustrante
non andare da nessuna parte
quando sapevi benissimo dove saresti voluto arrivare.

So com'è sentirsi soddisfatti per un buon lavoro
e so che un sorriso di approvazione
un incoraggiamento
una promozione
un premio economico
non si chiamano incentivi
si chiamano necessità.

So che tra il bianco e il nero
c'è un'infinita scala di grigi.
So che la stanchezza può annebbiare la vista e farlo dimenticare,
ma se riesco a ricordare
che il mio colore preferito
può non essere il tuo
anche quando sarò stanca
saprò che non ho bisogno di convincerti del contrario.

So che donne e uomini non saranno mai uguali
d'altra parte
trovami un uomo che sia uguale a un altro uomo.
So che uguali sono
(dovrebbero essere)
diritti e doveri
e naturalmente
anche i piaceri.

So che il mio pianeta
non è mio
mi sono sempre sentita una sua ospite
e cerco di mantenermi impeccabile e gradita
anche perchè
se l'ospite dopo tre giorni può puzzare
figuriamoci dopo una vita.

Conosco l'importanza della credibilità,
la consapevolezza che se siamo sulla stessa barca
i miei errori diventano i tuoi
e noi non abbiamo alcuna intenzione di affondare.
So che se sbaglio
so riconoscerlo, so chiederti scusa e a volte so anche rimediare.
Una volta si chiamava umiltà
prima che venisse soppiantata
da una moda dilagante
quella di pararsi il culo
soli
o a vicenda.

Capisco l'importanza di una morale
che non sia bigotta
ma difenda la normalità della diversità
un codice di comportamento
che mi lasci la libertà della mia vita privata
senza privarti di scegliere la tua.

So cos'è la violenza,
conosco la rabbia e la voglia di gridare
ma so ancora più forte
che dal primo schiaffo in poi
sarò io ad avere torto.

So che c'è una bella differenza tra il potere e il poter fare.

Conosco bene la mia cultura
e l'orgoglio di essere italiana
ma conosco anche
l'orgoglio di essere un'umana
e quindi

italiana
indiana
argentina
giapponese
australiana
americana
israeliana
palestinese
keniota
russa

e così via.

So quasi sempre
cosa è giusto e cosa è sbagliato
e quando non lo so
mi fermo a pensare
oppure vengo da te
Tizio, Caio o Sempronio
perchè ne sai di più
e io posso imparare.

Conosco le voci dell'ignoranza
della rassegnazione
del disincanto
e so che quando arrivano
qualcosa è andato storto
e non è colpa di nessuno
se la colpa non è di tutti.

Forse io, di politica, un po' ci capisco.

venerdì 14 ottobre 2011

Richieste

Non interrompere l'ascolto delle tue parole

dovresti averlo capito
le amo più dei miei pensieri.

Fai come ti chiedo

incolla il mio orecchio al tuo petto
con la mano coprimi l'altro.

Lasciami sentire

quel movimento di cuore
di muscolo veloce e sicuro
e da lontano le parole
che gli metti vicino.


Componi il silenzio delle cose
che non sono noi.


Dillo al tuo cuore
d'insegnarmi la responsabilità naturale di una vita.


Permettimi

di accompagnarlo a combattere
con quella pazza sicurezza
di chi va avanti senza domande
con la sola convinzione
di rimanere indispensabile

nell'oggi e nel domani.

martedì 4 ottobre 2011

Tempo indeterminato

Cos'è poi l'amore
una cosa semplice;

incontrarti in tempi non sospetti
pensare a tutto
tranne che a te

che scivolavi silenziosamente sui giorni
fino a toccare il più vicino
a uno qualunque dei miei.


C'è voluto poco per volerti
forse ancora meno per amarti.

Se non ti dispiace
mi prendo tutto il tempo che serve

per viverti.

lunedì 26 settembre 2011

STRESS

Allora, considerato che a quanto pare è un periodo un po' del cazzo per parecchia gente, le strategie consigliate per fronteggiare stress e suoi correlati sono:

1) parlare con tua nonna, o con un suo coetaneo/a: ti dirà che quando lei era ragazza/o non c'era il tempo di farsi venire l'ansia e lo stress, perchè c'era LA MISERIA e invece oggi i giovani hanno troppo e quando problemi non ne hai, allora te li inventi.

Attenzione: Soprassedendo alla sottile convinzione che i giovani oggi siano degli imbecilli, ricordati che se fai fatica ad arrivare a fine mese perché lo stipendio non ti basta, questa strategia è da evitare perché potrebbe farti incazzare ancora di più.

2) andare da un medico: se presenti una sequela infinita di sintomi non meglio identificati, che ti preoccupano anche se ritieni derivino da una somatizzazione da stress, lui ti dirà che hai ragione tu, è lo stress. "Comunque signorina per toglierci ogni dubbio facciamo emocromo, ecografia, analisi delle urine, colonscopia e visto che ci siamo anche una tac."

Attenzione: Soprassedendo alla naturale riflessione che ti fa pensare:"Ma se è EVIDENTEMENTE lo stress, come mi ha detto, PERCHE' devo fare tutti questi esami e spendere questi 500 euro?", ti faccio presente che se, come me, sei un ipocondriaco patologico, questa strategia potrebbe far aumentare la quantità dei sintomi, nonchè la loro intensitá.

3) farti compatire : se nell'intraprendere una conversazione in questo periodo, fingi di essere tostissima/o NONOSTANTE TUTTO quando in realtà dopo cinque minuti ti accucci per terra a piagnucolare sei o sette ore di fila, tranquilla/o: le persone intorno a te cercheranno di compiacerti confermandoti che sì, stai proprio messa/o male e sì, loro rispetto a te stanno dadio.

Attenzione: Soprassedendo alla logica considerazione che nella stragrande maggioranza dei casi la gente pensa solo che tu sia un gran rompicoglioni, questa strategia potrebbe peggiorare la situazione, oltre ad immergerti in un vuoto sociale notevole.

4) parlare con chi sta peggio di te: "Sai, non sono stata tanto bene ieri, è un periodaccio. Le ho provate tutte." - "Oddio non dirlo a me, sono QUATTRO ANNI che sto così, una volta che ci sei dentro, non ne esci più."

Attenzione: Soprassedendo al pensiero che non è sempre facile trovare qualcuno che stia psicologicamente peggio di te, con queste funeree conversazioni potresti incappare nel suicidio, se non hai un'INNATA TENDENZA ALL'OTTIMISMO.

5) fare sport o altre attività ricreative: se pensi che il 99% dei tuoi fastidi sia dovuto all'immobilità e ai luoghi chiusi, lo yoga, la corsa campestre, il teatro o chessoio ti confermeranno che mens sana in corpore sano.

Attenzione: Soprassedendo al fatto che prima di iniziare a fare sport probabilmente dovresti fare riabilitazione o fisioterapia, ricorda che appassionarti troppo al tuo nuovo hobby potrebbe gettarti nella disperazione, al pensiero che hai sbagliato tutto nella vita: avresti dovuto studiare Scienze Motorie, andare all'Accademia di Arte Drammatica, e così via.


Adesso dimmi, dopo aver letto questa nota, non ti sembra di stare BENISSIMO core 'a core col tuo volgarissimo, quitidianissimo stress?

Pensaci.